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Donald Trump candidato al Nobel per la Pace 2025: il ritorno sulla scena internazionale e le reazioni alla proposta

Il nome di Donald Trump è tornato a dominare il dibattito internazionale dopo la notizia della sua candidatura al Premio Nobel per la Pace 2025, un annuncio che ha immediatamente suscitato reazioni contrastanti in tutto il mondo politico e diplomatico. L’iniziativa è arrivata da un gruppo di parlamentari norvegesi che ha deciso di proporre l’ex presidente degli Stati Uniti come candidato per il riconoscimento più prestigioso della comunità internazionale, motivando la scelta con il suo presunto ruolo nel favorire accordi diplomatici tra Israele e diversi Paesi arabi durante il suo mandato.


La candidatura si basa sul merito di aver promosso gli Accordi di Abramo, firmati tra il 2020 e il 2021, che portarono alla normalizzazione delle relazioni tra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco. Quegli accordi, sostenuti fortemente dalla Casa Bianca, furono considerati da molti analisti uno dei rari successi diplomatici dell’amministrazione Trump, poiché aprirono la strada a un nuovo assetto di cooperazione economica e di sicurezza in Medio Oriente. I promotori della candidatura hanno sottolineato che, pur tra molte controversie, il risultato di quelle intese fu la riduzione del rischio di conflitto diretto tra Israele e diversi Stati arabi, un fatto che, a loro giudizio, giustifica la proposta per il Nobel.


La notizia è stata accolta con entusiasmo dai sostenitori dell’ex presidente, che vedono nella candidatura un riconoscimento tardivo del suo impegno per la pace e della sua politica estera pragmatica, basata sulla diplomazia diretta e sull’uso della leva economica. Trump, secondo i suoi sostenitori, ha avuto il coraggio di rompere gli schemi tradizionali della diplomazia americana, ottenendo risultati concreti dove altre amministrazioni avevano fallito. Durante il suo mandato, infatti, la Casa Bianca riuscì a favorire un avvicinamento tra Israele e il mondo arabo che, fino ad allora, sembrava impensabile.


Ma accanto ai consensi, le critiche non si sono fatte attendere. Molti osservatori e diplomatici hanno definito la candidatura “provocatoria” e “politicamente strumentale”. Le opposizioni interne agli Stati Uniti e numerosi commentatori internazionali ricordano che Trump è stato protagonista di una politica estera fortemente divisiva, caratterizzata da rotture con storici alleati occidentali, dal ritiro da accordi multilaterali e da una gestione spesso conflittuale dei rapporti internazionali. In particolare, la sua amministrazione si ritirò dall’Accordo di Parigi sul clima, dall’intesa sul nucleare iraniano e da diversi organismi delle Nazioni Unite, alimentando tensioni globali e indebolendo il sistema multilaterale.


La candidatura al Nobel si inserisce in un momento di rinnovata attenzione sulla figura di Trump, che dopo il ritorno alla Casa Bianca si trova nuovamente al centro della scena politica globale. La proposta norvegese, indipendente da qualsiasi organo politico statunitense, è comunque un segnale che conferma quanto il suo ruolo internazionale continui a dividere l’opinione pubblica. Se da un lato c’è chi ne riconosce il pragmatismo e la capacità di negoziare con leader complessi come Kim Jong-un o Vladimir Putin, dall’altro c’è chi ne ricorda le scelte che hanno acuito tensioni, come il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme o la politica di pressione massima sull’Iran.


Tra le motivazioni citate nella candidatura figurano anche i tentativi di mediazione tra Corea del Nord e Corea del Sud e la riduzione del coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti in Medio Oriente. I parlamentari norvegesi proponenti hanno dichiarato che, pur non condividendo tutte le scelte dell’ex presidente, riconoscono in lui un “attore politico capace di smuovere equilibri consolidati e aprire nuove vie alla diplomazia internazionale”. Il comitato del Nobel non ha rilasciato alcun commento, limitandosi a confermare che il nome di Trump è stato regolarmente inserito tra i candidati, insieme a numerose altre personalità politiche, associazioni umanitarie e organizzazioni non governative.


Sul piano interno, la candidatura ha riacceso il dibattito negli Stati Uniti, dove il tema della pace e della sicurezza globale resta uno dei punti più sensibili. I democratici hanno criticato duramente la proposta, definendola “una provocazione simbolica” e sottolineando che durante la presidenza Trump sono state prese decisioni che hanno spesso aggravato i conflitti esistenti. Tra queste, la cancellazione dei finanziamenti alle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite e l’aumento delle tensioni con l’Iran dopo l’uccisione del generale Soleimani. Anche alcuni ambienti accademici e diplomatici europei hanno espresso perplessità, ricordando che il Premio Nobel per la Pace dovrebbe premiare chi costruisce un dialogo duraturo, non chi agisce per interessi strategici.


Nonostante le polemiche, la candidatura si inserisce in un contesto storico in cui la definizione di “pace” è diventata più ampia e sfumata. I comitati norvegesi che gestiscono le nomine per il Nobel hanno spesso incluso figure controverse tra i candidati, riconoscendo che il percorso verso la pace può essere frutto anche di strategie pragmatiche o di decisioni politiche difficili. Non mancano precedenti illustri: Henry Kissinger nel 1973, Barack Obama nel 2009, Yasser Arafat e Shimon Peres nel 1994 furono tutti premiati in circostanze che suscitarono forti discussioni.


Donald Trump, interpellato dai giornalisti dopo l’annuncio, ha dichiarato di essere “onorato” e ha definito la candidatura “un riconoscimento del lavoro svolto per la pace globale e per la sicurezza di Israele”. Le sue parole sono state pronunciate durante un evento pubblico in Florida, dove ha ribadito che la politica estera americana deve restare centrata sugli interessi nazionali e sul rafforzamento dei rapporti bilaterali, piuttosto che su impegni multilaterali che, secondo lui, penalizzano gli Stati Uniti.


Il Comitato del Nobel annuncerà la lista ristretta dei finalisti nella primavera del 2025 e il vincitore in autunno. La candidatura di Trump, pur non avendo al momento il sostegno di ampi settori della diplomazia internazionale, conferma come la sua figura continui a esercitare un’influenza profonda sul dibattito globale. L’ex presidente si presenta come un leader in grado di riscrivere le regole della politica mondiale, ma anche come un personaggio divisivo che polarizza l’opinione pubblica in ogni continente. Per molti osservatori, la proposta norvegese non è solo un riconoscimento politico, ma un gesto simbolico che testimonia quanto la pace, oggi più che mai, sia un concetto complesso, attraversato da tensioni, potere e diplomazia.

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