Dilaga negli USA il movimento “No Kings”: scontri, arresti e tensioni con la Guardia Nazionale dal Texas a New York
- piscitellidaniel
- 12 giu
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Gli Stati Uniti stanno assistendo a una nuova ondata di proteste politiche, spontanee e decentralizzate, che vanno sotto il nome di movimento “No Kings”. Una mobilitazione trasversale, eterogenea e in forte espansione, che contesta apertamente l’accentramento del potere federale, l’autoritarismo percepito dell’amministrazione in carica e il coinvolgimento delle forze armate nella gestione degli affari interni. Il fenomeno è esploso nelle ultime settimane in decine di città americane, con manifestazioni che in alcuni casi hanno degenerato in scontri violenti e che hanno già prodotto centinaia di arresti, interventi della Guardia Nazionale e chiusure precauzionali di edifici governativi.
Il termine “No Kings” si rifà a uno slogan di ispirazione antimonarchica, che affonda le radici nella retorica repubblicana delle origini degli Stati Uniti. Secondo i promotori del movimento, le recenti azioni dell’esecutivo, comprese alcune ordinanze presidenziali in materia di sicurezza e immigrazione, rappresenterebbero una deriva centralista che viola i principi fondanti della Costituzione americana e il diritto dei singoli Stati a legiferare autonomamente. La miccia si è accesa in Texas, dove il governatore ha criticato aspramente l’impiego della Guardia Nazionale per bloccare iniziative statali in tema di controllo dei confini, generando un’ondata di malcontento che ha rapidamente coinvolto altri stati a guida repubblicana.
A Dallas, la protesta si è trasformata in un sit-in di migliaia di persone davanti al Campidoglio statale, con l’innalzamento di cartelli riportanti frasi come “No rulers, just law” e “States before kings”. La manifestazione si è poi estesa a Houston, Austin e San Antonio, dove si sono verificati episodi di tensione con la polizia. La Guardia Nazionale è stata attivata in via precauzionale e sono stati effettuati oltre 40 arresti per resistenza a pubblico ufficiale e violazioni dell’ordine pubblico.
A New York la protesta ha assunto una connotazione più movimentista e sociale, con la partecipazione di gruppi progressisti, indipendenti e libertari. A Manhattan, un corteo non autorizzato ha percorso la Fifth Avenue per oltre due ore prima di essere bloccato dalla polizia all’altezza di Bryant Park. Gli agenti hanno effettuato 86 arresti, sequestrato materiale di propaganda e denunciato tentativi di ostruzione del traffico e occupazione abusiva del suolo pubblico. Il sindaco Adams ha definito il movimento “pericolosamente ambiguo”, accusandolo di fomentare il disordine in una città già sotto pressione per le tensioni sociali post-pandemia.
In Colorado, la protesta si è concentrata attorno alla sede del governo statale a Denver, dove i manifestanti hanno simbolicamente eretto un “muro della sovranità” fatto di scatole, legno e striscioni, bloccando l’ingresso al palazzo per alcune ore. La polizia ha sgomberato l’area con cariche leggere e ha arrestato 17 persone. Altri presidi si sono tenuti a Boulder e Fort Collins, sempre all’insegna della contestazione alle autorità federali e al presunto scavalcamento dei poteri statali. Gli slogan più ricorrenti chiedono una riforma costituzionale, l’abolizione di alcune prerogative presidenziali e una riduzione del budget federale destinato agli apparati di sicurezza interni.
La Casa Bianca, in una nota ufficiale, ha condannato le manifestazioni violente ma ha riconosciuto la legittimità della protesta pacifica. “Non ci sarà tolleranza per atti di vandalismo, blocchi illegali o aggressioni alle forze dell’ordine – si legge nel comunicato – ma ogni cittadino ha il diritto di esprimere dissenso in modo civile e ordinato.” La portavoce dell’amministrazione ha però respinto l’idea che ci sia in atto una deriva autoritaria, sottolineando che l’azione dell’esecutivo si muove nel perimetro della legalità costituzionale.
Gli osservatori politici faticano a collocare con precisione il movimento “No Kings” all’interno delle tradizionali categorie ideologiche. A comporlo ci sono sia conservatori del Tea Party che libertari, attivisti per i diritti civili, veterani, agricoltori, piccoli imprenditori, ma anche studenti e professionisti. L’elemento unificante è l’avversione verso ogni forma di concentrazione del potere e la richiesta di maggiore autonomia per i singoli Stati. Secondo un’indagine condotta dal Pew Research Center, il 38% degli americani si dice “molto preoccupato” per un eccessivo potere del governo federale, una percentuale in crescita di 11 punti rispetto al 2020.
Il movimento trova particolare terreno fertile nelle aree rurali e nei cosiddetti swing states, dove le elezioni presidenziali del 2024 hanno visto una forte polarizzazione e una significativa affermazione di candidati indipendenti o anti-sistema. Diversi candidati locali stanno già cercando di cavalcare la protesta per costruire una base elettorale in vista delle elezioni di midterm del 2026, con promesse di leggi statali che rafforzino l'autonomia rispetto alle direttive federali.
Nel frattempo, il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) ha alzato il livello di allerta su possibili radicalizzazioni all’interno del movimento, pur precisando che la maggioranza delle manifestazioni finora si è svolta senza incidenti gravi. Alcuni esponenti dell'intelligence temono però che il messaggio del “No Kings” possa essere strumentalizzato da gruppi estremisti, o confluire in organizzazioni paramilitari già note per attività antigovernative, come Oath Keepers e Boogaloo Bois.
Il fenomeno “No Kings” rappresenta dunque una sfida inedita alla tenuta istituzionale degli Stati Uniti, in un momento in cui le tensioni sociali, economiche e culturali si stanno saldando con le istanze localiste e identitarie di molte comunità. La crescita del movimento solleva interrogativi profondi sulla percezione del potere, sulla legittimità delle istituzioni federali e sull’effettiva coesione dell’unione americana in un contesto sempre più polarizzato.

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