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Dazi USA, cresce la tensione con l’Europa: Italia e Germania frenano, la Francia spinge per una linea dura

Nel cuore delle relazioni transatlantiche si è aperto un nuovo fronte di tensione: i dazi doganali imposti dagli Stati Uniti minacciano di compromettere l’equilibrio commerciale con l’Unione Europea, dividendo al tempo stesso i Paesi membri su come rispondere. Da una parte si colloca la linea più assertiva guidata dalla Francia, dall’altra l’approccio più cauto promosso da Italia e Germania. Il braccio di ferro, che si sta svolgendo tra Bruxelles e Washington, si inserisce in un contesto economico e geopolitico già profondamente instabile, in cui ogni decisione può avere ricadute strategiche su intere filiere produttive.


Il casus belli è rappresentato dall’annuncio, da parte dell’amministrazione statunitense, dell’entrata in vigore di nuovi dazi fino al 100% su una lunga serie di prodotti importati, tra cui acciaio, alluminio, veicoli elettrici, batterie, chip e semiconduttori. I provvedimenti si inseriscono in un quadro di crescente protezionismo commerciale, alimentato da dinamiche interne e internazionali che spingono Washington a rafforzare le barriere contro la concorrenza cinese e a rivedere gli equilibri con i partner europei. Il rischio di una escalation è concreto, e Bruxelles si trova ora a dover valutare se rispondere con misure simmetriche o cercare una mediazione.


Il nodo centrale è la reazione dell’Unione. La Commissione europea ha avviato una serie di consultazioni interne per definire la strategia da adottare. Tuttavia, all’interno del Consiglio si sono manifestate posizioni divergenti. La Francia, guidata da Emmanuel Macron, ha assunto una postura nettamente più aggressiva, sostenendo la necessità di una risposta ferma e proporzionata, anche attraverso l’adozione di dazi di ritorsione su prodotti simbolo del Made in USA. Parigi punta a difendere il proprio settore industriale, in particolare quello automotive, fortemente esposto al rischio di concorrenza sleale.


Diversa la posizione di Germania e Italia. Berlino, per tradizione e per interessi economici, si mostra contraria a una guerra commerciale che potrebbe danneggiare le esportazioni dell’industria manifatturiera tedesca, già in difficoltà per la debolezza della domanda globale e per le incertezze legate alla transizione energetica. Anche Roma, pur non escludendo misure di tutela, si è detta favorevole a un approccio più negoziale, volto a preservare il mercato globale e a evitare che le tensioni con gli Stati Uniti si traducano in un boomerang per le imprese europee.


L’Italia, in particolare, osserva con attenzione gli sviluppi legati al settore agroalimentare, già duramente colpito in passato dai dazi statunitensi. I produttori italiani di formaggi, salumi, pasta e vino temono una nuova ondata di barriere commerciali che potrebbe compromettere le esportazioni verso uno dei principali mercati extra-UE. Il governo ha sottolineato la necessità di una risposta “coerente, ma misurata”, in grado di tutelare i produttori nazionali senza alimentare un’escalation dannosa.


La Germania, dal canto suo, ha espresso preoccupazione per le ripercussioni che un eventuale inasprimento dei rapporti con gli Stati Uniti potrebbe avere sulle forniture industriali e sulla cooperazione tecnologica transatlantica. Il settore automobilistico tedesco, da sempre esposto alle dinamiche tariffarie globali, guarda con timore alle possibili ripercussioni sulle esportazioni di veicoli, componentistica e tecnologie green. Berlino teme che la risposta europea possa scatenare una spirale di misure e contromisure che, nel medio periodo, finisca per penalizzare l’intero comparto manifatturiero dell’eurozona.


All’interno della Commissione, si sta valutando la possibilità di attivare il meccanismo di “bilanciamento” previsto dalla normativa commerciale europea. Questo strumento consentirebbe di applicare dazi compensativi su beni americani, in caso venga dimostrato che le misure adottate da Washington danneggiano in modo diretto e sproporzionato l’industria europea. Tuttavia, la scelta di attivare una risposta simmetrica richiede l’unanimità del Consiglio e, allo stato attuale, le divisioni tra i governi rendono questa prospettiva ancora lontana.


A complicare ulteriormente il quadro vi è la campagna elettorale in corso negli Stati Uniti. Le scelte dell’amministrazione Biden appaiono fortemente condizionate dalle pressioni interne, in particolare dalla necessità di recuperare consenso nei cosiddetti swing States industriali, dove la percezione di minaccia da parte delle economie emergenti — e in particolare della Cina — è molto diffusa. I dazi hanno una funzione anche simbolica: riaffermare la difesa dell’industria americana, anche a costo di sacrificare i rapporti con gli alleati tradizionali.


In questo contesto, il rischio maggiore per l’Unione Europea è quello di finire schiacciata tra le due grandi potenze, costretta a reagire senza avere gli strumenti di una vera sovranità commerciale. Le divisioni interne indeboliscono la capacità di risposta e rallentano il processo decisionale. Senza una posizione unitaria, l’UE rischia di apparire fragile e divisa agli occhi di partner e competitor internazionali.


Alcune voci all’interno del Parlamento europeo hanno già invocato una maggiore integrazione delle politiche commerciali europee, chiedendo che la Commissione disponga di un margine di manovra più ampio per intervenire con rapidità in caso di minacce sistemiche. Anche sul fronte industriale, si moltiplicano le richieste di rafforzare le misure di protezione, introducendo meccanismi simili a quelli previsti dal “Buy American Act”, in grado di garantire condizioni di reciprocità negli appalti pubblici e negli investimenti.


Il dibattito è destinato a protrarsi nelle prossime settimane, con un calendario serrato di incontri tra i ministri competenti e i rappresentanti della Commissione. Sul tavolo restano aperti tutti gli scenari: dalla risposta negoziata alla ritorsione selettiva, fino alla possibilità di ricorrere all’Organizzazione Mondiale del Commercio per contestare le misure americane. Ma il tempo stringe, e le imprese europee iniziano già a sentire gli effetti dell’incertezza.

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