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Dazi USA al 30%, allarme dalla Camera di Commercio di Roma: nel Lazio rischio perdita trimestrale di 480 milioni

Il nuovo fronte commerciale aperto dagli Stati Uniti con l’introduzione di dazi fino al 30% sui beni importati dall’Europa potrebbe avere ripercussioni pesantissime per il tessuto produttivo italiano, in particolare per la regione Lazio. Secondo l’analisi condotta dalla Camera di Commercio di Roma, l’impatto sull’economia regionale, qualora le tariffe venissero applicate integralmente, potrebbe tradursi in una perdita di fatturato pari a circa 480 milioni di euro nel solo terzo trimestre del 2025. Una cifra che descrive con chiarezza la portata dello shock atteso per uno dei territori italiani maggiormente esposti all’export verso il mercato americano.


L’avvertimento è arrivato direttamente dal segretario generale della Camera di Commercio capitolina, Pietro Abate, il quale ha sottolineato come i dazi rappresentino un colpo diretto e selettivo su settori chiave per la competitività del Lazio. L’export verso gli Stati Uniti coinvolge infatti comparti strategici come l’aerospazio, il farmaceutico, l’agroalimentare e la componentistica industriale, tutte filiere ad alta intensità tecnologica e di valore aggiunto, che garantiscono migliaia di posti di lavoro e generano una parte significativa del PIL regionale. Con un incremento dei dazi al 30%, la competitività di queste imprese verrebbe seriamente compromessa, riducendo drasticamente la capacità di presidiare il mercato nordamericano.


Il dato che più colpisce dell’analisi della Camera di Commercio riguarda la stima trimestrale: 480 milioni di euro di mancate esportazioni significano, a livello settoriale, una perdita media del 15% del valore delle merci vendute nel periodo, con picchi superiori al 20% per le produzioni più colpite dai nuovi balzelli doganali. Le imprese coinvolte rischiano di perdere contratti già sottoscritti, subire cancellazioni di ordini e vedere interrotti rapporti commerciali consolidati, in un contesto di forte incertezza politica e instabilità nei rapporti tra Europa e Stati Uniti.


Ma il problema non è soltanto quantitativo. I dazi potrebbero infatti agire anche come leva indiretta a favore dei competitor locali, alimentando forme di protezionismo industriale a vantaggio delle imprese americane. Si tratta di una distorsione del mercato che, nel medio periodo, potrebbe determinare un effetto espulsivo duraturo per molti operatori italiani. Il Lazio, che nel 2024 ha registrato esportazioni verso gli USA per oltre 2 miliardi di euro, si ritroverebbe improvvisamente privo di accesso competitivo a uno dei mercati più redditizi e dinamici del pianeta.


All’allarme economico si aggiunge quello occupazionale. Le stime preliminari indicano che nel Lazio potrebbero essere a rischio fino a 7.000 posti di lavoro, diretti e indiretti, legati alla filiera dell’export colpita dai dazi. Le imprese manifatturiere, in particolare le PMI, avrebbero grandi difficoltà a compensare le perdite attraverso la diversificazione dei mercati, sia per la ridotta elasticità delle catene logistiche sia per la presenza di barriere normative e tariffarie in altre aree del mondo.


Il rischio, secondo Confartigianato Lazio, è che una parte significativa del tessuto imprenditoriale locale venga messa in ginocchio da una misura unilaterale su cui le aziende non hanno alcun potere di contrattazione. Per molte realtà produttive, il mercato statunitense rappresenta infatti l’unico sbocco stabile per la crescita all’estero, ed è difficile immaginare una sostituzione efficace in tempi brevi. L’aggravio dei costi legato ai dazi si sommerebbe inoltre all’aumento delle materie prime, all’inflazione sui trasporti e alla stretta sul credito, generando una miscela esplosiva per la tenuta dei bilanci aziendali.


La Camera di Commercio di Roma ha già avviato un monitoraggio permanente degli effetti potenziali della misura e sta elaborando un piano di intervento per supportare le imprese. L’obiettivo è duplice: da un lato, rafforzare le strategie di internazionalizzazione verso mercati alternativi, con particolare attenzione al Medio Oriente, all’Africa subsahariana e al Sud Est asiatico; dall’altro, coordinare con il sistema camerale nazionale una richiesta di misure urgenti di sostegno da parte del governo.


Tra le ipotesi allo studio vi sono l’attivazione di strumenti agevolati di finanziamento per l’export, incentivi per la digitalizzazione delle vendite internazionali, supporto tecnico per la delocalizzazione parziale della produzione e l’implementazione di una piattaforma unica per il matchmaking commerciale. Tuttavia, senza una risposta forte e tempestiva da parte dell’Unione Europea, queste misure rischiano di rivelarsi insufficienti di fronte alla portata della crisi.


Il governo italiano segue con attenzione l’evoluzione della vicenda. Palazzo Chigi ha convocato un tavolo interministeriale con il MIMIT, il MEF e il MAECI per elaborare una strategia di risposta compatta e coordinata con le istituzioni europee. Roma punta a mantenere un profilo dialogante ma determinato, nel tentativo di riaprire un canale di confronto con Washington. L’ipotesi di un ricorso all’Organizzazione Mondiale del Commercio è sul tavolo, così come quella di eventuali dazi di ritorsione da parte dell’UE, ma entrambe le opzioni richiedono tempi lunghi e decisioni politiche complesse.


Intanto, il tempo stringe. Le aziende esportatrici si trovano già a rinegoziare contratti in corso e a valutare scenari di riposizionamento, in un clima di forte incertezza. Per molte PMI, la sola prospettiva dei nuovi dazi ha congelato investimenti e nuove assunzioni. L’intero sistema Lazio rischia di pagare un prezzo altissimo per una crisi che affonda le sue radici ben oltre l’ambito commerciale, toccando questioni geopolitiche, strategiche e di sovranità economica.

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