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Dazi USA al 25% sull’automotive: Trump lancia la sfida globale, UE e produttori sotto shock

L’annuncio ufficiale è arrivato il 27 marzo: a partire dal 2 aprile, tutte le auto importate negli Stati Uniti subiranno un nuovo dazio aggiuntivo del 25%. È la decisione con cui Donald Trump, in piena campagna per il ritorno alla Casa Bianca, ha scelto di colpire duramente l’intero settore automotive internazionale, con un impatto diretto sulle esportazioni europee e conseguenze sistemiche sull’intera catena di fornitura globale.


Il provvedimento, che si somma al 2,5% già previsto sulle importazioni e al 25% che da anni grava sui veicoli leggeri (light truck), rappresenta un’escalation senza precedenti della guerra commerciale avviata già durante il primo mandato dell’ex presidente repubblicano. Le nuove tariffe colpiscono indistintamente tutti i Paesi produttori: Germania, Corea del Sud, Giappone, Canada, Gran Bretagna e soprattutto il Messico, principale fornitore del mercato automobilistico statunitense.


L’unica eccezione parziale, e provvisoria, riguarda alcune componenti prodotte in Canada e Messico, in base a quanto previsto dagli accordi del nuovo patto di libero scambio nordamericano (USMCA). Ma il Dipartimento al Commercio statunitense ha già chiarito che l’esenzione sarà valida solo finché non verranno individuati criteri per valutare la reale origine dei materiali e dei contenuti integrati nei veicoli. Questo lascia presagire ulteriori restrizioni a breve termine.


Secondo i dati di S&P Global Mobility, ogni anno vengono vendute negli Stati Uniti circa 16 milioni di auto, di cui la metà, 7-8 milioni, prodotte all’estero. Il valore complessivo delle importazioni nel 2024 è stato di 244 miliardi di dollari. Le case europee esportano veicoli per oltre 38 miliardi di euro l’anno verso il mercato americano, che rappresenta circa un quarto dell’intero export del comparto UE. Il colpo rischia dunque di essere devastante per i gruppi europei, a partire da Volkswagen, BMW, Mercedes-Benz e Stellantis.


Non sono immuni nemmeno le case statunitensi: General Motors assembla all’estero circa il 40% dei veicoli venduti negli USA, Ford il 20%. La catena di fornitura del settore è ormai talmente integrata su scala globale da rendere difficile distinguere ciò che è “americano” da ciò che è prodotto altrove. Anche per quanto riguarda i componenti, circa il 60% arriva oggi da impianti fuori dai confini statunitensi.


L’impatto immediato si è già fatto sentire sui mercati finanziari. I titoli del comparto automotive hanno perso terreno nelle contrattazioni after hours: General Motors ha ceduto l’8%, Ford e Stellantis hanno lasciato sul campo circa il 5%. La società di analisi Wedbush ha stimato che il rincaro dei dazi comporterà un aumento dei prezzi medi delle auto tra i 5.000 e i 10.000 dollari per il consumatore finale, con un effetto depressivo sulle vendite interne. Bernstein ha calcolato costi aggiuntivi complessivi per 75 miliardi di dollari a carico delle case automobilistiche.


Il presidente Trump ha motivato la misura come parte del piano di “reindustrializzazione americana”, affermando che “l’industria dell’auto fiorirà come mai prima”. Tuttavia, secondo molti osservatori, si tratta di un’affermazione difficile da sostenere: i nuovi dazi rischiano di penalizzare anche la competitività interna, aumentare i prezzi al dettaglio, comprimere l’occupazione e ridurre la capacità di innovazione delle aziende colpite dalla misura.


Le reazioni internazionali sono state immediate. Il primo ministro canadese Mark Carney ha parlato di “violazione e tradimento” degli accordi commerciali multilaterali. Il Canada, dove l’industria automobilistica rappresenta il 10% del manifatturiero e impiega oltre 125.000 persone, esporta negli USA circa il 90% della produzione. Anche dal Messico è arrivata una nota di forte preoccupazione: il comparto auto vale il 5% del PIL messicano, genera 181 miliardi di export e dà lavoro a più di un milione di persone.


La Commissione Europea si è detta “delusa e allarmata” dal provvedimento. Bruxelles è al lavoro su un pacchetto di contromisure, che potrebbe includere dazi su prodotti americani ad alto valore aggiunto, come bourbon, tabacco, jeans e motociclette. La linea ufficiale è quella della cautela, ma cresce la pressione interna, soprattutto da Berlino, per una risposta immediata e simmetrica.


Sul piano politico, la mossa di Trump ha anche un chiaro intento elettorale. Conquistare gli elettori degli Stati industriali del Midwest, dove l’industria automobilistica rappresenta ancora un bacino elettorale decisivo, è una delle priorità della sua campagna. Tuttavia, le ricadute negative per il comparto nel medio termine rischiano di rendere controproducente l’effetto di consenso sperato.


Il prossimo appuntamento chiave sarà il G7 commercio, previsto tra due settimane a Torino, dove il tema delle relazioni transatlantiche e dei nuovi dazi sarà al centro dell’agenda. L’Europa si presenta al tavolo con l’urgenza di difendere uno dei suoi settori industriali strategici, ma anche con il bisogno di evitare un’escalation che potrebbe nuovamente paralizzare i commerci globali. Il mondo dell’automotive, intanto, si prepara a uno scenario incerto, in cui la geopolitica torna a dettare le regole del mercato.

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