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Crisi del riciclo della plastica: impianti fermi e rischio per la raccolta differenziata. L’allarme del settore sui costi energetici e sulle importazioni extra UE

Il sistema del riciclo della plastica in Italia sta attraversando una delle fasi più critiche degli ultimi anni. Diversi impianti di trattamento hanno sospeso o ridotto la produzione, mentre altri lavorano a ritmi minimi, schiacciati dall’aumento dei costi energetici e dal crollo dei margini economici. La situazione, segnalata dalle principali associazioni del settore, rischia di compromettere l’intera filiera della raccolta differenziata, uno dei pilastri dell’economia circolare nazionale. Se il trend non verrà invertito nelle prossime settimane, migliaia di tonnellate di plastica raccolta rischiano di rimanere inutilizzate o di finire all’estero, vanificando anni di investimenti nella sostenibilità ambientale.


La crisi è il risultato di una combinazione di fattori strutturali e congiunturali. Da un lato, la riduzione dei prezzi delle materie plastiche vergini, trainata dalle importazioni extra UE, rende sempre meno competitivo il materiale riciclato. Dall’altro, l’aumento dei costi energetici e logistici, aggravato dalle tensioni geopolitiche internazionali, ha eroso i margini di guadagno degli operatori, mettendo a rischio la sostenibilità economica delle attività di riciclo. Gli impianti italiani, già alle prese con normative complesse e con una burocrazia pesante, si trovano oggi in una condizione di forte squilibrio: i costi di produzione superano i ricavi ottenuti dalla vendita dei materiali riciclati.


Le associazioni di categoria, tra cui Unionplast e Corepla, hanno lanciato un allarme chiaro: senza un intervento immediato, il sistema rischia di bloccarsi. In alcune regioni del Nord, come Lombardia e Veneto, gli impianti di selezione e riciclo lavorano già al di sotto del 50% della capacità produttiva, mentre nel Centro-Sud la situazione è ancora più delicata per la minore presenza di infrastrutture tecnologiche adeguate. La conseguenza più grave potrebbe essere l’interruzione del ciclo virtuoso della raccolta differenziata: i Comuni, pur continuando a raccogliere i rifiuti plastici, non avrebbero più sbocchi per il loro trattamento, con il rischio di accumuli e di un ritorno al conferimento in discarica.


La causa principale di questa crisi è la concorrenza dei materiali plastici di nuova produzione provenienti da Paesi extra europei, in particolare dalla Cina e da alcune nazioni del Medio Oriente. Queste produzioni, favorite da costi energetici e ambientali molto più bassi, immettono sul mercato grandi quantità di plastica vergine a prezzi fortemente competitivi, rendendo il materiale riciclato meno conveniente per le industrie di trasformazione. In assenza di politiche europee più rigide sul controllo delle importazioni, le aziende italiane del riciclo si trovano a operare in un mercato distorto, dove la sostenibilità ambientale perde terreno rispetto alla logica del costo immediato.


Gli operatori del settore chiedono interventi urgenti a livello nazionale e comunitario. Le proposte includono incentivi fiscali per l’utilizzo di materia prima seconda, un sistema di quote obbligatorie di impiego di plastica riciclata nei prodotti finiti e la revisione delle regole europee sul commercio dei rifiuti e dei materiali rigenerati. Alcuni esperti suggeriscono anche la creazione di un “fondo di stabilizzazione” per compensare le fluttuazioni del mercato, garantendo così la continuità operativa degli impianti nei periodi di crisi. Tuttavia, tali misure richiedono un coordinamento istituzionale e tempi di attuazione che mal si conciliano con l’urgenza della situazione attuale.


Un ulteriore elemento di criticità è rappresentato dai costi energetici. Gli impianti di riciclo sono altamente energivori: i processi di lavaggio, triturazione, fusione e rigenerazione delle plastiche richiedono un consumo elevato di elettricità e gas. Con i prezzi dell’energia ancora superiori alla media pre-crisi, le aziende del settore si trovano a dover sostenere spese non più compatibili con i ricavi. Molte imprese, in particolare le piccole e medie realtà, si trovano sull’orlo della chiusura. Le conseguenze potrebbero essere pesanti anche sul piano occupazionale: secondo le stime del settore, oltre 10mila posti di lavoro diretti e indiretti sarebbero a rischio se la crisi dovesse protrarsi.


Il rallentamento del riciclo ha anche effetti ambientali significativi. Ogni tonnellata di plastica riciclata consente di risparmiare circa 1,5 tonnellate di CO₂ rispetto alla produzione di plastica vergine. Un calo del tasso di riciclo, quindi, comporta un aumento delle emissioni e un arretramento rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione fissati dall’Unione Europea. L’Italia, che fino a pochi anni fa era tra i Paesi più virtuosi nella gestione dei rifiuti plastici, rischia ora di perdere il vantaggio competitivo accumulato. Nel 2023, il tasso di riciclo delle plastiche era vicino al 50%, uno dei più alti in Europa; oggi, con gli impianti a mezzo servizio, la percentuale effettiva potrebbe scendere sotto il 40%.


La crisi mette in luce anche le fragilità strutturali del sistema italiano. La filiera del riciclo soffre da tempo la mancanza di una pianificazione industriale di lungo periodo e di una reale integrazione tra raccolta, trattamento e riutilizzo dei materiali. Molti impianti sono stati realizzati con criteri ormai superati e faticano ad adattarsi alle nuove tipologie di rifiuti, soprattutto ai materiali compositi e ai polimeri di ultima generazione. A ciò si aggiunge una carenza di impianti di riciclo chimico, che potrebbero trasformare i rifiuti plastici più difficili da trattare in nuove materie prime, completando il ciclo dell’economia circolare.


Il rallentamento degli impianti di riciclo rischia infine di minare la fiducia dei cittadini nella raccolta differenziata. Se il materiale raccolto non viene effettivamente recuperato e reimmesso nel ciclo produttivo, cresce il rischio che si diffonda la percezione di un sistema inefficiente, con conseguente calo della partecipazione e aumento dei comportamenti di abbandono dei rifiuti. Le amministrazioni locali e le società di gestione ambientale temono che, senza una risposta rapida e coordinata, si possa assistere a una regressione culturale oltre che industriale.


In questo contesto, la sfida per il Paese è duplice: difendere un settore che rappresenta un pilastro dell’economia verde e garantire la continuità di un modello di sviluppo fondato sulla responsabilità ambientale. Il riciclo della plastica è un segmento strategico della transizione ecologica, e la sua crisi non riguarda solo le imprese ma l’intero sistema di sostenibilità nazionale. Solo una politica industriale coerente, capace di coniugare competitività e tutela ambientale, potrà consentire al comparto di superare questa fase critica e di tornare a essere un motore di innovazione e di economia circolare per l’Italia e per l’Europa.

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