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Crisi abitativa in Europa: oltre 12 milioni senza casa e 1,3 milioni di senza tetto, tra emergenze sociali e ritardi strutturali nelle politiche pubbliche

In Europa la casa è diventata un’emergenza sistemica. Secondo i dati pubblicati da Feantsa (Federazione europea delle associazioni nazionali che lavorano con i senzatetto) e dalla Fondation Abbé Pierre, oltre 1,3 milioni di persone non hanno un tetto e vivono in strada, in rifugi di emergenza o in condizioni di grave precarietà abitativa. A queste si aggiungono almeno altri 11 milioni di individui che vivono in alloggi inadeguati, sovraffollati o privi dei requisiti minimi di dignità e sicurezza. La somma supera quota 12 milioni di persone in tutta Europa, rivelando una crisi abitativa che negli ultimi dieci anni ha assunto proporzioni drammatiche.


Il rapporto 2024 sull’emergenza abitativa in Europa documenta un aumento del 30% del numero di senzatetto rispetto al 2019, con un incremento ancora maggiore nei paesi del Sud e dell’Est Europa, dove l’assenza di piani strutturali e l’aumento dei costi energetici hanno peggiorato le condizioni delle fasce più vulnerabili della popolazione. In Francia, i senzatetto superano le 300.000 unità; in Germania, se ne stimano oltre 370.000; in Italia il numero ufficiale è di circa 100.000, ma le stime reali potrebbero essere molto più alte, considerando i casi sommersi o non registrati dalle autorità locali.


Il profilo sociale di chi vive senza dimora è cambiato radicalmente negli ultimi anni. Accanto ai cronici esclusi, oggi ci sono sempre più famiglie monoreddito, lavoratori poveri, donne sole con figli, migranti e giovani adulti che non riescono a sostenere i costi degli affitti, anche quando dispongono di un contratto regolare. A Milano, Torino, Roma e Bologna, il numero di richieste per un posto letto nei dormitori pubblici ha superato le disponibilità medie del 150%, obbligando molti enti a ricorrere a tensostrutture temporanee o a lasciare le persone in lista d’attesa.


Il problema non riguarda più solo l’emergenza estrema ma anche le forme “invisibili” di disagio abitativo: sovraffollamento, degrado strutturale degli immobili, insicurezza contrattuale e sfratti. Secondo Eurostat, il 17,1% della popolazione dell’Unione europea spende oltre il 40% del proprio reddito per l’abitazione. Questo dato sale oltre il 35% per chi vive da solo con figli a carico. I giovani sotto i 30 anni, a causa della precarietà lavorativa e dei salari stagnanti, sono spesso costretti a prolungare la convivenza con i genitori ben oltre i 35 anni o a condividere stanze in appartamenti sovraffollati, soprattutto nei grandi centri urbani.


Negli ultimi anni, le dinamiche di mercato hanno amplificato le disuguaglianze: la trasformazione di immobili in affitti brevi turistici, l’inflazione dei costi energetici e il calo delle nuove costruzioni popolari hanno generato un’erosione dell’offerta a prezzi accessibili. In città come Amsterdam, Barcellona, Lisbona, Berlino e Firenze, i governi locali hanno iniziato a limitare il numero di case destinate a uso turistico, ma le misure sono spesso ostacolate da vincoli normativi o da proteste degli operatori del settore.


Il Piano d’azione dell’Unione europea per l’eliminazione della condizione di senza dimora entro il 2030, lanciato nel 2021, punta a promuovere il modello “Housing First” e a rafforzare le politiche abitative pubbliche e integrate. Tuttavia, secondo Feantsa, le risposte finora messe in campo sono frammentarie, disomogenee tra gli Stati membri e ancora troppo orientate alla gestione dell’emergenza. Mancano investimenti strutturali in edilizia sociale, strumenti di prevenzione degli sfratti e servizi territoriali di accompagnamento all’autonomia.


I fondi europei Next Generation EU e quelli del programma FSE+ rappresentano una risorsa fondamentale ma spesso sottoutilizzata. Molti Stati hanno destinato solo una quota marginale di questi finanziamenti alla costruzione o alla ristrutturazione di alloggi pubblici. L’Italia, ad esempio, ha previsto nel PNRR interventi su poco più di 10.000 unità immobiliari, a fronte di una lista d’attesa per l’assegnazione di alloggi ERP che supera le 650.000 famiglie.


L’accesso alla casa, sancito come diritto fondamentale dalla Carta sociale europea, si scontra con dinamiche di mercato che tendono a considerare l’abitazione come un asset finanziario più che come un bene comune. A livello normativo, solo alcuni Stati – come Finlandia, Austria e Paesi Bassi – hanno adottato strategie integrate e strutturali, ottenendo risultati concreti nella riduzione dei senzatetto. In Finlandia, il numero di persone senza dimora è in costante calo da oltre dieci anni, grazie a politiche che combinano edilizia residenziale pubblica, accompagnamento sociale e reddito minimo garantito.


Le associazioni europee che si occupano di diritti sociali hanno chiesto alla Commissione europea di vincolare una parte del bilancio UE al contrasto della povertà abitativa, rendendo obbligatoria l’adozione di piani nazionali pluriennali con obiettivi verificabili. Il Parlamento europeo ha più volte espresso la volontà di inserire il diritto alla casa all’interno dei parametri di Maastricht sulla sostenibilità sociale, ma i governi nazionali sono ancora restii a introdurre vincoli fiscali in tal senso.


Secondo i dati aggiornati, ogni notte circa 895.000 persone dormono per strada o in rifugi temporanei nell’Ue e nel Regno Unito. Questa cifra è cresciuta del 70% rispetto a dieci anni fa. L’unica via d’uscita riconosciuta da tutte le maggiori reti europee è l’investimento strutturale in alloggi accessibili, sostenuti da servizi sociali e da politiche del lavoro che garantiscano un reddito minimo stabile e dignitoso. In assenza di una svolta politica condivisa a livello continentale, la povertà abitativa rischia di diventare il principale fattore di esclusione sociale nei prossimi anni.

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