Cosa prevede l’accordo di pace tra Israele e Hamas e quali nodi restano da sciogliere
- piscitellidaniel
- 9 ott
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L’accordo di pace firmato tra Israele e Hamas rappresenta una svolta delicata e allo stesso tempo fragile nel conflitto che da due anni devasta la Striscia di Gaza. Il documento, elaborato con la mediazione di Stati Uniti, Qatar ed Egitto, segna l’inizio di un percorso articolato in tre fasi che dovrebbero portare a una tregua stabile e a una parziale normalizzazione della vita civile. Tuttavia, restano numerosi punti oscuri e questioni aperte che rischiano di minare la solidità dell’intesa prima ancora che possa produrre effetti concreti.
La prima fase, immediatamente operativa, prevede un cessate il fuoco temporaneo di quaranta giorni e l’avvio dello scambio di prigionieri e ostaggi. Hamas si è impegnato a liberare tutti i civili israeliani ancora detenuti, a partire da donne, anziani e malati, mentre Israele procederà al rilascio di centinaia di prigionieri palestinesi. Contestualmente, le forze israeliane dovranno ritirarsi da alcune aree densamente popolate del nord di Gaza, lasciando spazio all’intervento di osservatori internazionali incaricati di monitorare il rispetto del cessate il fuoco. Il ritiro non sarà totale, ma funzionale a creare una zona cuscinetto che consenta la distribuzione degli aiuti umanitari e il graduale ritorno dei civili alle proprie abitazioni.
L’accordo stabilisce inoltre l’apertura quotidiana di corridoi per l’ingresso di mezzi umanitari. I piani prevedono fino a seicento camion al giorno carichi di cibo, acqua, medicinali e carburante. È previsto che la gestione logistica sia affidata ad agenzie delle Nazioni Unite, con il coordinamento dei mediatori egiziani e qatarioti. La priorità sarà data alle aree più colpite, in particolare al nord della Striscia, dove le distruzioni hanno raggiunto livelli senza precedenti. Questa parte del piano è considerata essenziale per evitare un collasso umanitario e per mostrare che l’accordo produce benefici immediati per la popolazione civile.
La seconda fase, che dovrebbe entrare in vigore dopo la verifica del rispetto della prima, è la più complessa. Prevede un’estensione della tregua e un ritiro progressivo delle truppe israeliane fino a una linea di sicurezza definita. Dovranno essere completati gli scambi di prigionieri, compresi i militari israeliani, e avviato un tavolo tecnico per la ricostruzione di Gaza. In questa fase si inserisce il tema più controverso: la definizione della futura governance della Striscia. Il testo non indica chi dovrà amministrare il territorio una volta cessate le ostilità. Non si parla né di un ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese né di una presenza internazionale permanente, lasciando aperto un vuoto politico che potrebbe trasformarsi in terreno fertile per nuovi scontri.
La terza fase, ancora teorica, è quella della stabilizzazione definitiva. In essa si dovrebbero affrontare i nodi strutturali del conflitto, come la smilitarizzazione di Hamas, la garanzia di sicurezza per Israele e il riconoscimento di un percorso politico per la popolazione palestinese. Si tratta della parte più incerta dell’accordo, poiché richiede un impegno politico di lungo periodo e il consenso di attori regionali che finora hanno mantenuto posizioni divergenti.
Nonostante le cautele, l’annuncio della firma è stato accolto con sollievo da entrambe le popolazioni. In Israele le famiglie degli ostaggi hanno manifestato davanti al Parlamento chiedendo che le liberazioni avvengano senza ritardi. A Gaza, dove le comunicazioni restano frammentarie e la crisi umanitaria persiste, la notizia è stata accolta come un segnale di tregua dopo mesi di bombardamenti. Tuttavia, la paura di un fallimento resta palpabile. Ogni violazione, anche minima, potrebbe far saltare il cessate il fuoco e riaccendere la spirale di violenza.
Dal punto di vista militare, Israele mantiene il controllo dei confini e delle aree strategiche, soprattutto quelle vicine ai valichi di Erez e Kerem Shalom. Hamas, pur avendo accettato formalmente il piano, continua a rifiutare qualsiasi riferimento esplicito al disarmo, ribadendo di voler mantenere una capacità di autodifesa. Questo punto rappresenta uno dei principali ostacoli alla piena attuazione dell’accordo. Le parti hanno inoltre posizioni distanti sul ruolo dei mediatori internazionali e sul monitoraggio degli impegni assunti.
Le cancellerie occidentali hanno salutato l’intesa come un passo necessario ma non risolutivo. Gli Stati Uniti hanno definito l’accordo “un’opportunità da proteggere con disciplina”, mentre l’Unione Europea ha espresso la volontà di contribuire al processo di ricostruzione con fondi e personale civile. I governi arabi coinvolti nella mediazione, in particolare Qatar ed Egitto, si preparano a gestire la fase di controllo e a garantire il rispetto degli impegni sul terreno.
Tra gli aspetti più delicati resta la questione dei tempi. Il calendario previsto per il completamento delle tre fasi non ha scadenze rigide, ma dipende dal rispetto reciproco degli obblighi. Questo significa che qualsiasi ritardo o violazione può bloccare il processo. Le esperienze del passato, con accordi di tregua falliti o rimasti lettera morta, alimentano lo scetticismo. Tuttavia, la dimensione politica di questa intesa appare diversa: più strutturata, più multilaterale, più legata a garanzie esterne che ne aumentano la credibilità.
La portata simbolica dell’accordo è indubbia. Israele e Hamas, dopo anni di guerra aperta, hanno accettato di firmare un documento che riconosce, almeno implicitamente, la necessità di una convivenza regolata. Ma la strada è ancora lunga e disseminata di rischi. Le macerie materiali e morali che il conflitto ha lasciato non si ricompongono in poche settimane, e il vero test dell’accordo sarà la capacità delle due parti di trasformare una tregua fragile in un equilibrio duraturo.

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