Confindustria lancia l’allarme: i dazi USA al 30% potrebbero costare all’Italia fino allo 0,8% di PIL entro il 2027
- piscitellidaniel
- 21 lug
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L’escalation protezionistica avviata dagli Stati Uniti rischia di colpire duramente l’economia italiana. Secondo l’analisi diffusa da Confindustria, l’eventuale introduzione di dazi generalizzati del 30% su un’ampia gamma di beni importati dall’Unione Europea potrebbe determinare per l’Italia una perdita di prodotto interno lordo pari fino allo 0,8% entro il 2027, corrispondente a una riduzione stimata di circa 38 miliardi di euro di export verso gli Stati Uniti. L’allarme lanciato dall’associazione degli industriali italiani giunge in un momento in cui le tensioni commerciali tra Washington e Bruxelles sembrano destinate ad aggravarsi, in particolare dopo l’annuncio da parte dell’amministrazione Trump dell’intenzione di rafforzare la strategia dei dazi nei confronti di alcuni settori industriali europei considerati concorrenziali rispetto a quelli statunitensi.
Secondo i dati raccolti dal Centro Studi di Confindustria, gli effetti del provvedimento si manifesterebbero con crescente intensità già a partire dal 2025, anno in cui si registrerebbe una prima contrazione del PIL dello 0,25%. Nel 2026 l’impatto crescerebbe fino a –0,59% per poi raggiungere, in assenza di contromisure, un picco negativo dello –0,82% nel 2027. Lo scenario descritto, pur ipotetico, si basa su una simulazione dettagliata dei flussi commerciali attuali, dei settori coinvolti e del ruolo centrale che il mercato statunitense ricopre per le esportazioni italiane. I comparti più esposti al rischio sono meccanica strumentale, moda, agroalimentare, farmaceutica e automotive, che insieme rappresentano oltre il 60% dell’export verso gli USA.
L’export italiano verso gli Stati Uniti ha raggiunto nel 2023 un valore di circa 65 miliardi di euro, rendendo quello statunitense il secondo mercato extraeuropeo per le imprese italiane dopo la Svizzera. I dazi al 30% rischiano di compromettere significativamente la competitività di molte aziende, non solo attraverso la perdita diretta di quote di mercato, ma anche per l’effetto di dissuasione che verrebbe generato negli investitori internazionali, che potrebbero rivedere al ribasso i propri piani di investimento in Italia e in Europa. La proiezione contenuta nello studio di Confindustria indica che le esportazioni verso gli Stati Uniti potrebbero subire una riduzione netta di oltre 38 miliardi di euro nel triennio 2025–2027, con un impatto significativo sull’indotto e sull’occupazione nei settori industriali a maggiore vocazione internazionale.
Particolarmente colpite sarebbero le imprese del Nord Italia, dove si concentra la maggior parte dell’export manifatturiero. In Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte le associazioni territoriali prevedono effetti negativi su migliaia di PMI attive nei settori a rischio. Secondo le stime preliminari, si rischiano oltre 75.000 posti di lavoro in meno nell’arco di due anni se le misure tariffarie dovessero essere implementate senza accordi bilaterali o compensazioni strutturali. A questo si aggiunge la crescente difficoltà che le imprese italiane stanno già affrontando a causa del rafforzamento dell’euro sul dollaro, che nel 2024 ha già inciso sulla marginalità dell’export per via della svalutazione della moneta americana.
Il combinato disposto tra dazi e tasso di cambio sfavorevole aggrava ulteriormente un quadro economico già segnato da inflazione residua, aumento dei costi energetici e rallentamento della domanda globale. Le tensioni geopolitiche in corso e il riposizionamento delle catene di approvvigionamento su scala globale hanno già spinto molte imprese a riconsiderare le proprie strategie di internazionalizzazione. L’eventuale adozione di barriere tariffarie da parte di Washington in forma estesa e duratura accentuerebbe la frammentazione dei mercati, con effetti sistemici che andrebbero ben oltre il rapporto bilaterale tra Italia e Stati Uniti.
Confindustria chiede al governo italiano e alle istituzioni europee di attivarsi con urgenza per negoziare un’esenzione o un regime alternativo che scongiuri l’applicazione piena delle nuove tariffe. Viene inoltre sollecitata la predisposizione di un piano straordinario di sostegno all’export per le imprese colpite, che preveda misure di compensazione finanziaria, accesso facilitato ai mercati alternativi e politiche industriali di supporto all’internazionalizzazione. In parallelo, l’associazione industriale invoca una risposta unitaria a livello europeo, in grado di bilanciare i rapporti commerciali con gli Stati Uniti senza innescare un’escalation di misure protezionistiche che danneggerebbero entrambe le economie.
Le valutazioni del Centro Studi segnalano anche l’impatto indiretto della misura tariffaria sulla fiducia delle imprese. Secondo i modelli previsionali, l’incertezza generata da dazi elevati e imprevedibili potrebbe causare un freno significativo agli investimenti privati già a partire dalla fine del 2024. Si stima che il tasso di investimento delle imprese in beni strumentali potrebbe subire una contrazione di circa lo 0,4% annuo nei prossimi due anni, compromettendo la capacità di innovazione e rallentando ulteriormente la già debole crescita della produttività.
Sul fronte commerciale, le stime indicano che la bilancia commerciale italiana, tradizionalmente in attivo, potrebbe subire un peggioramento strutturale con un impatto stimato fino a 9 miliardi di euro annui in meno di avanzo, con riflessi anche sulla bilancia dei pagamenti e sulla stabilità macroeconomica complessiva. A livello europeo, le pressioni protezionistiche statunitensi vengono considerate un test cruciale per la politica commerciale comune dell’Unione. Bruxelles si trova ora di fronte alla necessità di difendere l’industria europea senza scatenare una guerra commerciale su larga scala.
In questo contesto, il caso italiano è emblematico della vulnerabilità di un sistema produttivo che ha puntato molto sull’export ma che risulta esposto a shock esogeni di natura politica e commerciale. Secondo Confindustria, il momento attuale impone un ripensamento strategico delle politiche industriali, con un maggiore impegno per il rafforzamento del mercato unico europeo, l’integrazione delle filiere continentali, l’accesso preferenziale a nuovi mercati e il sostegno alla competitività tecnologica. Solo così sarà possibile contenere i rischi connessi a uno scenario globale sempre più incerto.

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