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Christine Lagarde lancia l’allarme: “Pericolo molto serio se Trump prende il controllo della politica monetaria”

La presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, ha lanciato un avvertimento esplicito durante un recente intervento pubblico, definendo “un pericolo molto serio” la possibilità che Donald Trump, qualora rieletto alla presidenza degli Stati Uniti, eserciti un controllo diretto sulla politica monetaria americana. Le sue parole hanno immediatamente suscitato attenzione nei mercati finanziari, nelle istituzioni monetarie internazionali e tra i responsabili politici europei, preoccupati dalle implicazioni di una rottura degli equilibri tradizionali tra Federal Reserve e Casa Bianca.


L’indipendenza delle banche centrali è uno dei principi fondanti della finanza globale moderna. Il timore manifestato da Lagarde è che una presidenza Trump 2 possa compromettere tale indipendenza, minando la fiducia degli investitori e innescando dinamiche pericolose per la stabilità dei mercati. Durante il suo primo mandato, Trump aveva ripetutamente criticato la Federal Reserve e il suo presidente Jerome Powell, accusandolo di rallentare la crescita economica mantenendo i tassi d’interesse troppo alti. In caso di una nuova vittoria elettorale, Trump potrebbe cercare di consolidare la sua influenza sull’istituto guidato da Powell o, come temono molti, sostituirne la leadership con profili maggiormente allineati alle sue strategie economiche e politiche.


Lagarde ha evidenziato che un’ingerenza diretta dell’esecutivo sulla Fed altererebbe profondamente la percezione di neutralità e professionalità dell’istituto monetario americano, con potenziali effetti destabilizzanti sia sull’economia statunitense che sull’equilibrio globale. L’interdipendenza tra le principali banche centrali – Fed, BCE, Bank of England, Banca del Giappone – implica che decisioni non ortodosse da parte di una di esse possano produrre effetti a catena su inflazione, tassi di cambio e flussi di capitale.


In Europa, la BCE guarda con crescente attenzione all’evoluzione della situazione politica americana, consapevole che un’accelerazione inflattiva indotta da scelte fiscali espansive o da stimoli monetari forzati negli Stati Uniti potrebbe rendere più difficile la gestione della politica monetaria nell’area euro. Una Fed politicizzata potrebbe inoltre innescare una corsa alla svalutazione competitiva, spingendo altri paesi ad allentare i propri vincoli monetari per evitare perdite di competitività.


Le parole di Lagarde si inseriscono in un contesto già segnato da elevata incertezza economica. I mercati obbligazionari sono estremamente sensibili ai segnali provenienti dalla Fed. Un allontanamento dalle consuete regole operative, o peggio ancora, l’adozione di decisioni motivate da ragioni elettorali piuttosto che da analisi macroeconomiche, potrebbe generare turbolenze su larga scala. La credibilità di una banca centrale si costruisce nel tempo ma può essere compromessa rapidamente da percezioni di manipolazione o di strumentalizzazione politica.


Un ulteriore rischio evocato da Lagarde è quello di un aumento della volatilità nei mercati emergenti. In presenza di una Fed più allineata alle esigenze politiche dell’amministrazione americana, i capitali internazionali potrebbero spostarsi bruscamente in risposta a manovre inattese, provocando fughe di capitali, crisi valutarie e instabilità finanziaria nei paesi più esposti. Anche il rischio di nuovi squilibri nei rapporti commerciali internazionali è stato evocato: un dollaro artificiosamente svalutato per sostenere le esportazioni americane altererebbe i flussi globali e riaprirebbe la stagione delle guerre valutarie.


Il mondo finanziario internazionale ricorda bene le tensioni sorte durante il primo mandato Trump, quando la sola ipotesi di licenziare Powell generò allarme. Le pressioni esercitate allora dal presidente furono interpretate come un tentativo di indebolire l’autonomia della Fed per ottenere una politica monetaria più accomodante, funzionale alla propria agenda politica. In quella fase, tuttavia, le istituzioni riuscirono a resistere. Oggi, in un contesto post-pandemico e con un debito pubblico USA a livelli record, una nuova fase trumpiana potrebbe avere effetti ben più radicali.


Dal lato europeo, Lagarde ha sottolineato l’importanza di mantenere la rotta della BCE ancorata ai suoi obiettivi statutari, resistendo a eventuali pressioni politiche interne. Ma ha anche invitato le istituzioni europee a prepararsi a una nuova configurazione del quadro transatlantico, qualora Washington intraprendesse un cammino di politicizzazione della sua banca centrale. La cooperazione tra BCE e Fed, sinora solida anche nei momenti di crisi come il 2008 o la pandemia, potrebbe incrinarsi, rendendo più difficile il coordinamento delle politiche in caso di shock globali.


Il dibattito sollevato dalle dichiarazioni di Lagarde è destinato ad ampliarsi nei prossimi mesi, soprattutto in vista delle elezioni presidenziali americane. Il ruolo delle banche centrali come guardiani della stabilità economica è sotto pressione in tutto il mondo, e il caso statunitense potrebbe diventare un punto di svolta. L’indipendenza monetaria, un principio fino a ieri considerato intoccabile, rischia di diventare oggetto di contesa politica. Lagarde ha acceso i riflettori su questa possibilità, e l’Europa si prepara a fronteggiare le conseguenze.

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