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Chi è Thomas Fugate, il 22enne a capo dell’antiterrorismo negli Stati Uniti che divide politica e intelligence

Negli Stati Uniti è esplosa la polemica per la nomina a direttore ad interim del Center for Prevention Programs and Partnerships (CP3), l’unità del Dipartimento per la Sicurezza Interna dedicata alla prevenzione dell’estremismo violento e del terrorismo, di Thomas C. Fugate III, appena ventiduenne, con una laurea recente in Scienze Politiche e poca esperienza nel campo della sicurezza. La sua nomina, formalizzata nel maggio 2025, ha acceso un confronto pubblico che coinvolge politici, funzionari della sicurezza e osservatori internazionali.


Fugate, originario del Texas, ha conseguito nel 2024 una laurea con lode presso l’Università del Texas a San Antonio, dove ha studiato diritto e politica. Prima della sua nomina aveva lavorato come assistente speciale presso l’ufficio immigrazione del Dipartimento per la Sicurezza Interna e in precedenza aveva svolto ruoli minori, tra cui un impiego come giardiniere e uno in un supermercato locale. La sua esperienza più rilevante a livello politico si limita alla partecipazione alla campagna elettorale dell’ex presidente Donald Trump nel 2024 come membro del team logistico. Per molti analisti, questo profilo è giudicato insufficiente per guidare un’unità che gestisce programmi di prevenzione di alto rischio, finanziamenti federali e attività sensibili nel contrasto all’estremismo interno.


Il CP3 gestisce un budget annuale di circa 30 milioni di dollari e si occupa di distribuire fondi e linee guida a enti locali e organizzazioni che lavorano per identificare e prevenire minacce legate all’odio ideologico, alla violenza politica, al radicalismo religioso e a fenomeni emergenti come le sparatorie di massa. L’organismo era stato rafforzato negli anni passati per reagire all’aumento degli episodi di estremismo di destra negli Stati Uniti. Il predecessore di Fugate, William Braniff, era un veterano con più di vent’anni di esperienza nel settore militare e accademico, noto per aver introdotto un approccio basato su dati empirici e cooperazione interistituzionale. Braniff ha lasciato l’incarico in segno di protesta dopo che l’amministrazione Trump ha deciso tagli significativi al personale e ai finanziamenti del centro.


La scelta di affidare la guida ad interim del CP3 a Fugate è stata difesa da alcuni portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna come una nomina “temporanea e amministrativa”. Tuttavia, l’inadeguatezza percepita del suo profilo ha generato una reazione critica da parte di esperti di sicurezza, funzionari pubblici e senatori democratici. Alcuni ricercatori nel campo dell’antiterrorismo hanno definito l’incarico “pericoloso” in un contesto globale in cui le minacce si moltiplicano e si diversificano, richiedendo competenze avanzate e una visione strategica consolidata. Le stesse fonti hanno espresso preoccupazione per il fatto che, con la riduzione delle strutture di monitoraggio federale, la responsabilità di coordinamento ricada su una figura priva della necessaria esperienza.


Dal punto di vista politico, la nomina ha un forte significato simbolico. Secondo numerosi osservatori, rappresenta una chiara indicazione di quanto l’amministrazione Trump stia cercando di riformulare la macchina burocratica sulla base della lealtà ideologica più che del merito professionale. L’accusa, esplicitata da membri del Congresso e da ex funzionari del DHS, è che le nomine siano diventate uno strumento per indebolire strutture costruite negli anni con criteri di indipendenza e specializzazione tecnica. Il caso Fugate viene così interpretato come l’ennesima conferma di un orientamento che mira a smantellare o svuotare gli organismi di controllo che, negli ultimi anni, avevano concentrato la loro attenzione sull’estremismo interno, in particolare quello di matrice suprematista bianca o neonazista.


Il contesto nazionale è reso ancor più sensibile dalla crescente percezione di minacce interne. I dati sulle sparatorie di massa, sulle aggressioni motivate da ideologie politiche e sui gruppi estremisti attivi nei social media continuano a essere allarmanti. Negli ultimi mesi si sono verificati diversi episodi classificabili come terrorismo domestico, spesso legati a radicalizzazioni individuali o a reti informali che si muovono sul web. Proprio per questo motivo, la leadership del CP3 è ritenuta da molti una questione centrale per la sicurezza interna degli Stati Uniti. Alla guida dell’ente dovrebbe esserci, secondo i critici, una figura con credibilità professionale, visione strategica e capacità di dialogo istituzionale con i governi locali e le forze dell’ordine.


A creare ulteriore imbarazzo è stata la gestione comunicativa della nomina. Fugate, nonostante la delicatezza dell’incarico, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche e il suo profilo è stato momentaneamente rimosso dai canali ufficiali del DHS. Secondo indiscrezioni, anche la sua pagina LinkedIn sarebbe stata modificata dopo che giornalisti e ricercatori avevano segnalato l’assenza di riferimenti a esperienze nel settore della sicurezza. Fonti interne all’amministrazione hanno definito le critiche come “strumentalizzazioni politiche”, affermando che Fugate rappresenta un esempio di talento emergente e capacità organizzativa.


In ambienti accademici e tra gli esperti della sicurezza, la questione è al centro di un confronto più ampio: può un giovane senza background operativo dirigere, seppur ad interim, un’unità che tratta tematiche di estrema complessità e impatto sociale? Quali sono i criteri minimi che dovrebbero essere garantiti in queste nomine? Quanto incide l’orientamento politico sull’efficienza delle strutture federali di prevenzione? A queste domande si aggiunge il timore che la politica possa influenzare l’indirizzo stesso della prevenzione, orientando risorse e attenzione verso minacce esterne piuttosto che verso quelle interne, anche se statisticamente più frequenti e pericolose.


La vicenda di Thomas Fugate ha innescato un dibattito che non si esaurisce nella sua figura. Il caso è ora simbolo di una frattura tra approccio tecnico e indirizzo politico, tra esigenze di sicurezza e logiche di appartenenza. Mentre l’amministrazione difende la scelta come parte di un rinnovamento della burocrazia federale, numerosi operatori sul campo avvertono che l’assenza di competenza può generare vuoti operativi pericolosi. In un Paese dove la prevenzione degli atti estremi richiede coordinamento, autorevolezza e formazione, la scelta del vertice del CP3 rischia di diventare un precedente critico.

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