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Calo delle nascite e crisi demografica, i paesi Ue corrono ai ripari con nuove politiche migratorie e strategie divergenti

Il crollo demografico registrato in tutta l’Unione europea spinge i governi ad affrontare con urgenza una doppia sfida: sostenere la natalità in calo e ripensare le politiche migratorie per bilanciare il declino della popolazione attiva. Nel 2023 sono nati nell’Ue 3,67 milioni di bambini, con un calo del 5,4% rispetto all’anno precedente. È il dato più basso mai registrato da Eurostat dal 1961, anno in cui è iniziata la raccolta sistematica dei dati demografici nei paesi membri. Il tasso medio di fertilità dell’Unione è sceso a 1,38 figli per donna, molto lontano dal livello di sostituzione di 2,1 figli per donna.


Il calo è generalizzato, ma con forti differenze nazionali. L’Italia è tra i paesi più colpiti: nel 2023 si stima che il tasso di fertilità sia sceso a circa 1,25 figli per donna, con meno di 400.000 nati in un anno. Un dato che segna un minimo storico dall’Unità nazionale. Malta ha registrato il tasso più basso in assoluto con 1,06, seguita da Spagna (1,12), Lituania (1,18) e Grecia (1,21). All’opposto, alcuni paesi dell’Est Europa e la Francia mostrano dati più incoraggianti: Bulgaria (1,81), Francia (1,66), Repubblica Ceca (1,57) e Ungheria (1,55) mantengono una natalità relativamente più alta. Tuttavia, nemmeno questi paesi raggiungono il livello di equilibrio demografico.


Il crollo delle nascite è accompagnato da un invecchiamento costante della popolazione. Nell’arco di vent’anni, la quota di over 65 in Europa è passata dal 16% al 22%, mentre la percentuale di over 80 è cresciuta dal 3,8% al 6,1%. Questo significa che, in media, un europeo su cinque è in età pensionabile. Il problema si aggrava nei paesi del Sud Europa, dove l’indice di vecchiaia supera ormai 180 anziani ogni 100 giovani. L’Italia, in particolare, ha un’età mediana che ha raggiunto i 48 anni, una delle più alte al mondo, a fronte di una popolazione attiva in costante riduzione.


Di fronte a questa situazione, le risposte dei paesi membri sono eterogenee. La Francia, ad esempio, ha puntato da anni su un modello di welfare familiare generoso, con congedi parentali estesi, bonus bebè e sconti fiscali per le famiglie numerose. Tuttavia, anche il sistema francese mostra segnali di logoramento e non è riuscito a invertire il trend. La Germania ha intensificato gli incentivi alla natalità e, allo stesso tempo, ha ampliato le maglie dell’accoglienza migratoria selettiva, aprendo a lavoratori qualificati da paesi terzi con l’obiettivo di coprire i vuoti nel mercato del lavoro.


Altri paesi, come Ungheria e Polonia, hanno adottato politiche nataliste più identitarie e conservatrici, puntando quasi esclusivamente sul sostegno economico alle famiglie autoctone. Il governo ungherese, in particolare, ha varato un pacchetto che prevede mutui agevolati per le coppie che fanno figli, esenzioni fiscali a vita per le madri con quattro o più figli e un forte incentivo alla natalità interna. Ma anche in questi contesti i risultati restano limitati.


L’Italia, nonostante la gravità della situazione, fatica a costruire un modello coerente. I governi si sono alternati con misure frammentarie: assegni unici, bonus bebè, incentivi fiscali, ma senza una strategia strutturale di lungo periodo. Il tasso di occupazione femminile, che in molte regioni del Sud resta sotto il 40%, incide pesantemente sulla capacità delle donne di conciliare famiglia e lavoro. Inoltre, i servizi per l’infanzia sono ancora carenti in molte aree del paese. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede investimenti in asili nido e servizi educativi, ma la messa a terra delle risorse resta lenta.


Nel contesto del calo demografico, le politiche migratorie stanno assumendo un ruolo centrale. Alcuni paesi stanno ripensando radicalmente la gestione dell’immigrazione per sopperire al calo della popolazione in età lavorativa. Spagna, Germania e Paesi Bassi hanno adottato programmi di attrazione per lavoratori stranieri qualificati, semplificando le procedure di ingresso e riconoscimento dei titoli di studio. La Commissione europea ha inserito il tema della “migrazione legale” nell’agenda 2024–2029, sottolineando la necessità di un quadro comune per attrarre forza lavoro extra-Ue in settori chiave come sanità, edilizia e tecnologia.


L’Italia, invece, continua a oscillare tra l’emergenza sbarchi e il blocco dei decreti flussi. Il sistema di ingresso regolare per motivi di lavoro è complesso, poco flessibile e ancora vincolato a quote decise centralmente. Il fabbisogno di manodopera nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia e dell’assistenza è crescente, ma manca una politica migratoria organica che coniughi integrazione e sviluppo. Le associazioni imprenditoriali chiedono un piano triennale di ingressi, ma il governo resta diviso tra esigenze produttive e vincoli politici interni.


Le istituzioni europee osservano con preoccupazione la convergenza tra crisi demografica e deficit di manodopera. Secondo l’ultimo rapporto di Eurofound, entro il 2030 l’Ue potrebbe perdere oltre 30 milioni di lavoratori in età attiva. A questa prospettiva si aggiunge il calo del numero di contribuenti, che metterà sotto pressione i sistemi pensionistici pubblici. La Banca centrale europea ha già segnalato il rischio che l’invecchiamento acceleri l’inflazione strutturale e limiti la crescita potenziale del Pil.


Il tema demografico è destinato a dominare l’agenda europea nei prossimi anni. La crisi delle nascite, intrecciata con la gestione dei flussi migratori e il futuro del lavoro, richiede scelte coraggiose, coerenti e coordinate. Il tempo per una strategia condivisa tra gli Stati membri, come dimostra l’esperienza di questi ultimi anni, si sta rapidamente esaurendo.

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