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C’è l’accordo tra Israele e Hamas: una giornata storica tra speranze e scetticismo

L’annuncio dell’intesa tra Israele e Hamas segna un momento che molti definiscono storico: dopo settimane di negoziazioni serrate, le parti avrebbero firmato la prima fase del piano di tregua, che prevede il rilascio degli ostaggi israeliani ancora in mano a Hamas e un ritiro graduale delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza secondo parametri prestabiliti. Le autorità statunitensi e mediatrici internazionali hanno definito la svolta come un “momento cruciale” nel conflitto, che potrebbe aprire un capitolo di tregua di lungo respiro, se le condizioni saranno rispettate.


Secondo quanto reso noto dai media, l’accordo ratificato da entrambe le parti prevede che in una prima fase gli ostaggi ancora in vita vengano liberati entro settantadue ore, in cambio della scarcerazione da parte israeliana di circa duemila detenuti palestinesi. Nel contempo, Israele inizierà un ritiro graduale e parziale delle sue truppe dalle zone densamente abitate di Gaza, mantenendo presidi militari secondo una “linea” concordata per garantire la sicurezza e prevenire attacchi imprevisti. Le modalità del ritiro saranno soggette a una supervisione internazionale: delegazioni provenienti da Stati Uniti, Qatar, Egitto e altri stati mediano il monitoraggio del rispetto dell’intesa.


La celebrazione dell’accordo è stata carica di retorica. L’ex presidente statunitense Donald Trump — intervenuto direttamente nelle fasi finali dei negoziati — ha annunciato il risultato definendolo come il coronamento di un piano di pace: “Israele e Hamas hanno firmato insieme la prima fase dell’intesa, è una giornata storica”, ha dichiarato. Le reazioni istituzionali israeliane hanno riconosciuto la partecipazione fondamentale degli Stati Uniti nella conclusione dell’intesa, lodando il ruolo diplomatico nel mediare le concessioni reciproche.


Tuttavia, la firma formale è solo l’inizio del percorso: le prime ore successive mostrano segni di tensione. In alcune aree di Gaza City e Khan Yunis, si segnalano ancora raid aerei sporadici, o presunti attacchi di ritorsione, che suggeriscono come la tregua potrebbe essere vulnerabile a interpretazioni divergenti del rispetto dei termini. Le fonti militari israeliane affermano che il ritiro è stato avviato in conformità con le direttive politiche e che le forze armate manterranno capacità di reazione qualora vengano violate clausole strategiche.


Il consenso politico interno in Israele è tutt’altro che unanime. Alcuni esponenti dell’ala più radicale della coalizione hanno condannato l’accordo, accusando il governo di aver ceduto troppo alle pressioni esterne e di compromettere la sicurezza nazionale. Durante la votazione parlamentare per la ratifica, non sono mancate critiche forti da parte di deputati che sostengono che Hamas non possa essere legittimato da simili concessioni. Il governo ha però insistito nel qualificare la tregua come misura “condizionata e reversibile” se i termini non fossero rispettati.


Nella Striscia di Gaza, Hamas ha definito l’accordo come un successo diplomatico e una “vittoria della resistenza”. Alcuni leader del movimento hanno invitato la popolazione a restare vigile e unita, ma anche a tornare lentamente alle attività quotidiane nei quartieri meno danneggiati. In molte zone, le notizie della tregua sono state accolte con festeggiamenti timidi, mescolati a dubbi, consapevoli che la parola d’ordine resta “monitorare l’adempimento”.

Da un punto di vista umanitario, le misure previste dall’intesa comprendono l’apertura controllata di corridoi per l’ingresso di aiuti, con l’obiettivo di raggiungere ospedali, aree devastate, quartieri in cui la popolazione è rimasta senza rifornimenti essenziali. La distruzione massiccia delle infrastrutture — ospedali, strade, reti energetiche — rende l’operazione di distribuzione molto complessa: i convogli devono avere garanzie di sicurezza, controllo e continuità operativa, condizioni che in un contesto in cui la fiducia è minima risultano difficili da garantire.


Strategicamente, l’intesa porta in sé elementi di rischio e di opportunità. Mentre Israele pone come condizione essenziale la garanzia che Hamas non si riarmì e non riprendesse capacità offensive, il movimento palestinese insiste nel mantenere una forma di autorità locale all’interno della Striscia, rifiutando l’idea di smantellare integralmente le proprie strutture militari in tempi rapidi. Questo nodo resta uno dei più difficili da sciogliere: la tregua potrà reggere solo se le parti accetteranno un equilibrio delicato fra presenza militare residua, controlli reciproci e fiducia progressiva.


Sul piano internazionale, l’accordo ha catalizzato attenzioni e commenti contrastanti: molti governi hanno accolto con favore la tregua, sperando che serva da base per un negoziato più duraturo che coinvolga la questione dello status di Gaza, la sua ricostruzione e la ridefinizione dei confini. Allo stesso tempo, analisti cauti mettono in guardia: le tregue precedenti sono spesso scoppiate per un solo episodio incontrollato o una divergenza di interpretazione.


Nel quotidiano delle persone in Israele e a Gaza, questa accordo significa la speranza di un respiro. Dopo giorni, settimane o mesi di bombardamenti, blackout, disagi logistici, distruzione delle case, perdita di vite civili e privazione dei servizi, la tregua offre un’opportunità minima: permettere evacuazioni, soccorsi, ricostruzione, ricongiungimenti familiari. Ma la tregua non cancella i traumi, non rimedia automaticamente ai danni, non garantisce che la pace duri. Le prime ore sono un test crudele che deciderà se questo accordo rimarrà solo un momento effimero o se potrà divenire l’inizio di una stagione meno oscura.

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