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Bill Essayli e la battaglia contro le città santuario in California: “Le leggi federali vanno rispettate, senza eccezioni”

In uno scenario politico sempre più polarizzato, la California torna a essere teatro di uno scontro acceso sul tema dell’immigrazione, delle competenze federali e dell’autonomia degli enti locali. Protagonista del dibattito è Bill Essayli, giovane procuratore federale e deputato repubblicano dell’Assemblea statale, che ha lanciato una dura offensiva contro le cosiddette “città santuario”, definendole apertamente “una minaccia alla sicurezza e un ostacolo all’applicazione uniforme delle leggi federali”. In una dichiarazione destinata a far discutere, Essayli ha affermato che “non esistono città santuario nella Costituzione americana” e che “le autorità locali che rifiutano di cooperare con il governo federale stanno violando il principio stesso dello Stato di diritto”.


La questione è tutt’altro che nuova, ma le parole del procuratore arrivano in un momento di forte pressione politica. Negli ultimi mesi, gli Stati Uniti hanno registrato un incremento del flusso migratorio irregolare lungo il confine meridionale, e l’amministrazione Biden è stata criticata sia dalla destra che da una parte della sinistra per la gestione della crisi. In questo contesto, la California – da tempo uno degli Stati più accoglienti nei confronti dei migranti – è tornata al centro del dibattito. Con oltre 130 città e contee che adottano politiche di non cooperazione con l’ICE (l’agenzia federale per l’immigrazione), lo Stato è considerato una roccaforte progressista che si oppone apertamente all’approccio repressivo promosso da Washington sotto le amministrazioni repubblicane.


Bill Essayli, che ha origini medio-orientali e una carriera come procuratore federale alle spalle, rappresenta una delle voci emergenti del Partito Repubblicano californiano. Con un linguaggio diretto e spesso provocatorio, ha accusato le autorità locali di “favorire l’illegalità” e di “usare la retorica dei diritti civili per giustificare il disprezzo delle leggi federali”. Secondo Essayli, la protezione offerta ai migranti irregolari da parte delle città santuario non solo crea disparità nell’applicazione della legge tra i diversi Stati, ma compromette anche gli sforzi delle agenzie federali nella lotta contro il crimine organizzato, il traffico di esseri umani e la diffusione di droghe.


Uno dei punti più controversi della sua argomentazione riguarda la cooperazione tra autorità locali e ICE. In molte giurisdizioni californiane, gli agenti delle forze dell’ordine non sono autorizzati a trattenere o a notificare l’agenzia federale in merito alla presenza di migranti irregolari arrestati per reati minori, salvo che si tratti di gravi crimini. Essayli sostiene che questa prassi impedisce alle autorità federali di svolgere efficacemente il loro lavoro, e accusa le città santuario di ostacolare attivamente la giustizia. In un intervento recente presso il Parlamento statale, ha citato casi concreti in cui migranti irregolari con precedenti penali sono stati rilasciati prima che l’ICE potesse intervenire, tornando poi a commettere reati.


Ma la posizione del deputato repubblicano è tutt’altro che condivisa all’interno della politica californiana. La maggioranza democratica, a cominciare dal governatore Gavin Newsom, ha difeso con fermezza le politiche di inclusione e protezione adottate negli ultimi anni. Secondo i democratici, le città santuario non violano la legge federale, ma esercitano legittimamente il proprio margine di autonomia amministrativa. L’obiettivo è evitare che i migranti, anche irregolari, temano di rivolgersi alla polizia o ai servizi pubblici per paura di essere deportati, creando così comunità più sicure e integrate. Inoltre, diverse sentenze delle corti federali hanno stabilito che il governo non può obbligare le autorità locali a collaborare con le agenzie di immigrazione, ribadendo il principio del federalismo cooperativo.


La spaccatura si riflette anche nella società civile. Le organizzazioni per i diritti dei migranti, come la ACLU e il California Immigrant Policy Center, hanno accusato Essayli di promuovere una narrativa pericolosa che alimenta xenofobia e discriminazione. Le sue dichiarazioni sono state oggetto di contestazioni pubbliche, in particolare nei distretti a maggioranza latina dove le politiche delle città santuario hanno storicamente ricevuto ampio sostegno. Tuttavia, in altre aree dello Stato, soprattutto nelle contee più rurali e conservatrici, la posizione di Essayli trova consensi crescenti, complice anche il malcontento per l’aumento della criminalità percepita e per la pressione sui servizi pubblici.


Lo scontro tra Essayli e le amministrazioni locali si inserisce in un contesto nazionale più ampio, dove i temi dell’immigrazione, della sicurezza e della legalità giocano un ruolo centrale nella campagna elettorale per le presidenziali del 2024. I repubblicani, guidati da Donald Trump, hanno promesso un giro di vite senza precedenti contro l’immigrazione irregolare e hanno fatto delle città santuario un bersaglio retorico costante. Anche l’ultima legge approvata alla Camera dei Rappresentanti, a guida repubblicana, prevede tagli ai fondi federali per le giurisdizioni che rifiutano di collaborare con l’ICE, sebbene la misura sia destinata a bloccarsi al Senato.


Bill Essayli si è detto pronto a portare avanti la sua battaglia anche sul piano giudiziario. Ha annunciato l’intenzione di promuovere una proposta di legge statale per obbligare tutte le contee della California a notificare l’ICE in caso di arresti di migranti irregolari, e ha invitato il Dipartimento di Giustizia a intervenire contro quelle città che, a suo dire, “si pongono al di sopra della legge federale”. La sua azione, benché al momento minoritaria, potrebbe segnare un primo passo verso una nuova fase di confronto legale tra Stati e federazione sul tema dell’immigrazione.


In un’epoca in cui le dinamiche migratorie sono diventate strutturali e non più episodiche, la sfida lanciata da Essayli pone interrogativi profondi sul rapporto tra legalità e giustizia sociale, tra sicurezza e diritti umani, tra autorità centrale e autonomie locali. Se il modello delle città santuario rappresenta una risposta politica alla complessità del fenomeno migratorio, la posizione del deputato californiano evidenzia quanto questa risposta sia fragile e contestata in un Paese che continua a dividersi su come conciliare accoglienza e ordine.

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