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Balneari, la Commissione Ue scrive all’Italia: sollecitata una soluzione condivisa sulle concessioni per evitare la procedura d’infrazione

La questione delle concessioni balneari torna a occupare il centro della scena politica e istituzionale, con l’invio da parte della Commissione europea di una nuova lettera indirizzata al governo italiano. Il contenuto del documento, giunto nei giorni scorsi a Palazzo Chigi, invita l’Italia a trovare una “soluzione costruttiva” e in linea con il diritto europeo entro tempi ragionevoli, per scongiurare l’apertura di una procedura formale di infrazione. Secondo quanto trapelato da fonti vicine all’esecutivo comunitario, Bruxelles continua a ritenere che la normativa italiana in materia di concessioni marittime non sia conforme alla direttiva Bolkestein, nonostante i tentativi compiuti finora da Roma per rinviare le gare pubbliche.


La lettera arriva in un momento delicato per il governo, che nei mesi scorsi ha approvato proroghe automatiche fino al 31 dicembre 2024, lasciando aperta la possibilità di ulteriori estensioni in assenza di una mappatura ufficiale e completa del demanio marittimo. Il nodo centrale riguarda proprio la presunta scarsità della risorsa naturale rappresentata dalle spiagge, argomento utilizzato dall’Italia per sostenere l’eccezione alla regola europea dell’evidenza pubblica. Tuttavia, la Commissione ha chiarito più volte che la scarsità non può essere invocata in assenza di una verifica reale, affidabile e certificata, che per ora non risulta acquisita.


Il dossier resta nelle mani del ministro per gli Affari europei Raffaele Fitto, che ha avviato una serie di interlocuzioni tecniche con Bruxelles nel tentativo di congelare lo scontro e guadagnare tempo per l’approvazione di un nuovo quadro normativo. Fitto ha ribadito la volontà dell’Italia di rispettare le regole europee, ma ha anche sottolineato la necessità di tutelare gli operatori storici e garantire la continuità delle attività turistiche, che costituiscono un settore fondamentale per l’economia di molte regioni costiere. In questo contesto, l’esecutivo sta valutando una riforma che preveda criteri di selezione pubblica, ma accompagnata da misure compensative o clausole di tutela per le imprese attualmente titolari di concessioni.


L’urgenza della questione è aggravata dal fatto che la Corte di Giustizia dell’Unione europea, con la sentenza del 20 aprile 2023, ha già stabilito che le concessioni balneari italiane devono essere assegnate tramite gare pubbliche, dichiarando illegittime le proroghe automatiche concesse dallo Stato. La decisione ha rafforzato la posizione della Commissione, che ora si aspetta una risposta concreta e non meramente dilatoria. Nel frattempo, anche il Consiglio di Stato italiano, con le sentenze gemelle del novembre 2021, ha affermato che le concessioni in essere non possono essere prorogate oltre il 31 dicembre 2023, invitando esplicitamente le amministrazioni locali ad avviare le procedure di gara.


Il contrasto tra le posizioni giuridiche interne e quelle espresse dal governo Meloni si è fatto evidente. Molti comuni costieri si trovano oggi in una situazione di stallo, incerti se dare seguito alle indicazioni del Consiglio di Stato o attendere una legge di riordino da parte del Parlamento. In alcune regioni, come Emilia-Romagna, Toscana e Liguria, si è assistito a interpretazioni divergenti e a ricorsi da parte degli operatori contro i bandi di gara avviati da alcune amministrazioni locali. L’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) ha chiesto con forza al governo una norma chiara, che metta fine all’incertezza e consenta agli enti locali di agire con strumenti giuridici certi.


Nel frattempo, le associazioni di categoria dei balneari, tra cui CNA Balneari, Sib-Confcommercio e Fiba Confesercenti, hanno intensificato la pressione sull’esecutivo. In una nota congiunta, le sigle hanno espresso preoccupazione per l’eventualità che la Commissione avvii una procedura d’infrazione, il cui esito potrebbe compromettere centinaia di migliaia di posti di lavoro e mettere a rischio investimenti pluriennali. Chiedono che la riforma garantisca il riconoscimento del valore aziendale e degli investimenti effettuati, attraverso meccanismi di compensazione o prelazione.


Alcuni esperti di diritto amministrativo sottolineano però che l’orientamento europeo appare difficilmente modificabile. La direttiva Bolkestein, approvata nel 2006, impone che tutte le concessioni su beni pubblici aventi rilevanza economica siano sottoposte a evidenza pubblica, in nome del principio di concorrenza e parità di accesso. Le deroghe sono ammesse solo in casi eccezionali e puntualmente motivati. L’Italia, per oltre quindici anni, ha continuato a prorogare le concessioni in essere, spesso con provvedimenti normativi di dubbia costituzionalità.


Il governo, per evitare la procedura, potrebbe ora puntare su una legge delega che definisca i criteri per l’assegnazione delle concessioni, introducendo elementi come l’esperienza professionale, gli investimenti già effettuati, il rispetto dell’ambiente e il livello dei servizi offerti. Resta però da chiarire se tali criteri potranno essere considerati compatibili con il diritto europeo o se rischieranno di essere considerati discriminatori nei confronti dei nuovi entranti. Bruxelles osserva con attenzione ogni passaggio e attende segnali concreti prima dell’autunno, quando potrebbe scattare l’iter ufficiale per l’infrazione.


In questo scenario, il tempo stringe. La stagione turistica in corso è coperta dalle attuali proroghe, ma il 2025 si avvicina e senza una soluzione normativa condivisa il rischio è che l’intero comparto finisca in un limbo giuridico pericoloso sia per gli operatori sia per le amministrazioni locali. La prossima legge di bilancio potrebbe rappresentare l’ultima finestra utile per inserire una riforma strutturale prima della fine della legislatura. La pressione da parte di Bruxelles è destinata ad aumentare e i margini per soluzioni tampone appaiono sempre più ristretti.

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