Attivisti italiani pro-Palestina bloccati al Cairo: 35 rilasciati e 7 rimpatriati dopo giorni di tensione diplomatica
- piscitellidaniel
- 12 giu
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Sono stati rimpatriati nei giorni scorsi sette attivisti italiani fermati al Cairo dalla polizia egiziana mentre si trovavano nella capitale per partecipare a un convegno internazionale di solidarietà con il popolo palestinese. Altri 35 connazionali, anch’essi coinvolti nell’iniziativa ma trattenuti per accertamenti o per mancata autorizzazione agli ingressi, sono stati rilasciati e hanno potuto riprendere regolarmente il proprio soggiorno in Egitto. Si chiude così una vicenda che ha suscitato forte attenzione in Italia e acceso riflettori sul delicato equilibrio tra libertà di espressione, sicurezza e rapporti bilaterali.
I fatti risalgono al fine settimana appena trascorso, quando decine di attivisti provenienti da diversi Paesi europei, tra cui una nutrita delegazione italiana, si sono radunati al Cairo per prendere parte a un incontro pubblico organizzato da gruppi internazionali filo-palestinesi. L’iniziativa, nata con l’obiettivo dichiarato di denunciare l’aggressione israeliana nella Striscia di Gaza e sostenere le rivendicazioni del popolo palestinese, si inserisce in un momento di forte tensione nell’area mediorientale, con l’Egitto che gioca un ruolo centrale nella mediazione tra Hamas e Israele.
Le autorità egiziane, venute a conoscenza del raduno non autorizzato, sono intervenute nelle ore immediatamente precedenti l’evento, predisponendo un capillare controllo delle presenze straniere in alberghi, centri culturali e zone limitrofe al luogo previsto per l’incontro. Molti dei partecipanti italiani, compresi cittadini con regolare visto turistico, sono stati fermati per accertamenti in aeroporto o nei pressi delle proprie strutture ricettive. I controlli si sono trasformati in veri e propri fermi amministrativi, durante i quali agli attivisti è stato impedito l’accesso a telefoni cellulari, avvocati e rappresentanti consolari.
Secondo quanto riferito dalla Farnesina, l’ambasciata italiana al Cairo si è attivata immediatamente per verificare la sorte dei connazionali, chiedendo chiarimenti alle autorità locali e offrendo supporto legale e logistico. I diplomatici italiani hanno operato sotto forte pressione, in un contesto reso ancor più complicato dalla chiusura di numerose sedi istituzionali nel fine settimana e dalla reticenza degli interlocutori egiziani. Solo nella giornata di lunedì è stato possibile avere un quadro chiaro della situazione, con la conferma che 35 italiani erano stati trattenuti per accertamenti e che per 7 di loro era stato disposto il rimpatrio immediato.
Il governo egiziano ha motivato la misura con la necessità di garantire la sicurezza interna e di evitare manifestazioni potenzialmente destabilizzanti in un contesto politico particolarmente teso. L’Egitto, infatti, si trova in una posizione di equilibrio estremamente delicato: da un lato mantiene rapporti diplomatici con Israele e con l’Occidente, dall’altro ospita milioni di rifugiati palestinesi e deve fronteggiare una crescente polarizzazione interna sull’intervento militare israeliano a Gaza.
Le autorità del Cairo hanno sottolineato che il raduno non era stato comunicato ufficialmente, né autorizzato secondo la normativa vigente sui pubblici assembramenti. In particolare, alcuni attivisti risultavano legati a movimenti e organizzazioni già noti all’intelligence egiziana per precedenti episodi di mobilitazione anti-governativa. La reazione del governo italiano è stata improntata alla prudenza diplomatica, ma non sono mancate prese di posizione critiche da parte di esponenti politici e organizzazioni non governative.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato il rientro in Italia dei sette connazionali rimpatriati, dichiarando che “la Farnesina ha seguito la vicenda fin dall’inizio con la massima attenzione” e che “la priorità era garantire l’incolumità dei cittadini italiani”. Tajani ha anche aggiunto che il governo continuerà a vigilare su eventuali sviluppi, ricordando che “la libertà di espressione va sempre tutelata, nel rispetto delle leggi dei Paesi ospitanti”.
L’episodio ha generato un forte dibattito anche in Italia, dove diverse associazioni pacifiste, organizzazioni per i diritti umani e sigle della società civile hanno chiesto chiarimenti al governo e un intervento più deciso nei confronti dell’Egitto. Amnesty International ha espresso “profonda preoccupazione” per i fermi e per le modalità in cui sono avvenuti, denunciando “una repressione sistematica del dissenso” in Egitto e “una violazione del diritto internazionale al libero movimento e all’associazione pacifica”. La Rete italiana di solidarietà con la Palestina ha parlato di “atti intimidatori inaccettabili” e ha promesso nuove iniziative di protesta in varie città italiane.
Sul piano politico, le reazioni sono state articolate. Il Partito Democratico ha chiesto al governo una relazione urgente in Parlamento sulla gestione del caso da parte della diplomazia italiana. Il Movimento 5 Stelle ha espresso solidarietà agli attivisti e ha chiesto che l’Italia riveda i propri rapporti con l’Egitto, soprattutto alla luce dei precedenti episodi, tra cui il caso Regeni. Dall’altra parte, esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega hanno difeso la scelta dell’esecutivo di mantenere un profilo istituzionale e hanno sottolineato che “non spetta a noi giudicare le decisioni di sicurezza interna di un Paese sovrano”.
Intanto, l’episodio ha riacceso i riflettori sulle condizioni di libertà civile in Egitto, un Paese che da anni si trova al centro di critiche da parte delle organizzazioni internazionali per le restrizioni imposte alla libertà di stampa, alle ONG e ai diritti politici. Il Cairo, pur essendo un partner strategico per l’Unione Europea in materia di immigrazione e sicurezza, continua a essere teatro di arresti arbitrari, censure e processi sommari. La protesta degli attivisti italiani, pur simbolica e limitata nel numero, ha quindi sollevato una questione più ampia e ancora irrisolta.

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