Attacco aereo e terrestre israeliano nel centro di Gaza: decine di morti, sfollati in fuga e infrastrutture al collasso
- piscitellidaniel
- 22 lug
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Nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2025, le forze armate israeliane hanno lanciato una delle operazioni militari più devastanti dall’inizio della guerra contro Gaza, colpendo congiuntamente via aria e via terra il settore centrale della Striscia. Secondo le fonti palestinesi e internazionali, l’attacco si è concentrato sulle città di Deir el-Balah e Nuseirat, con un bilancio drammatico di almeno 50 morti solo nelle prime ore e decine di feriti. I bombardamenti, seguiti dall’ingresso di unità corazzate, hanno colpito abitazioni civili, rifugi di fortuna, infrastrutture mediche e campi profughi, aggravando ulteriormente una situazione umanitaria già sull’orlo del collasso.
L’offensiva, annunciata come parte di una nuova fase del conflitto, ha visto l’impiego simultaneo di caccia, droni, artiglieria pesante e veicoli blindati. Le truppe israeliane hanno fatto ingresso da est e da sud, avanzando in aree densamente popolate da civili sfollati in precedenti ondate di violenze. Fonti locali riportano che numerosi edifici sono stati rasi al suolo o resi inagibili dai bombardamenti, mentre i residenti cercavano di mettersi in salvo a piedi o con mezzi di fortuna, in assenza di corridoi umanitari sicuri.
Tra le zone maggiormente colpite si segnalano i pressi del campo profughi di Nuseirat, dove decine di famiglie si erano rifugiate negli ultimi mesi dopo l’intensificarsi delle operazioni israeliane nel nord della Striscia. Testimoni oculari parlano di un attacco durato oltre tre ore, con esplosioni continue e la totale assenza di ambulanze nelle fasi iniziali, a causa della distruzione delle strade e dei blocchi militari. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, tra le vittime si contano numerosi minori, mentre gli ospedali di Deir el-Balah e Khan Younis non sono più in grado di accogliere nuovi pazienti per mancanza di letti, medicinali e personale.
Israele ha giustificato l’attacco come un’operazione mirata contro cellule operative di Hamas e Jihad islamica, che secondo fonti dell’intelligence avrebbero utilizzato aree urbane per nascondere depositi di armi e centri di comando. Tuttavia, il livello di distruzione e l’elevato numero di vittime civili ha sollevato nuove critiche da parte delle organizzazioni umanitarie e di numerosi Paesi occidentali. La Croce Rossa Internazionale ha espresso “profonda preoccupazione” per l’impatto sproporzionato sugli sfollati, mentre l’ONU ha richiesto un’indagine urgente sull’accaduto, chiedendo l’immediata cessazione delle ostilità nelle zone densamente popolate.
Le conseguenze dell’attacco si inseriscono in un quadro già drammatico. Oltre 1,7 milioni di persone – circa l’80% della popolazione di Gaza – sono oggi considerate sfollate interne, in cerca di rifugi sempre più rari. Le strutture scolastiche dell’UNRWA, già sovraffollate, non possono più garantire sicurezza né servizi minimi. La mancanza di elettricità, l’assenza di carburante per i generatori e il collasso del sistema idrico stanno portando a livelli critici anche la diffusione di malattie infettive. I centri di assistenza gestiti da ONG internazionali hanno raggiunto il limite delle loro capacità operative, e in molti casi i soccorsi sono ostacolati da bombardamenti continui o dal blocco dei valichi.
L’attacco israeliano ha inoltre provocato nuovi spostamenti forzati verso le zone costiere meridionali, come Rafah e al-Mawasi, già sovraffollate e prive di infrastrutture. I nuovi sfollati si aggiungono a centinaia di migliaia di persone che vivono da mesi in tende, sotto teloni di plastica, con accesso limitato ad acqua e cibo. L’ONU ha lanciato l’allarme per il rischio concreto di carestia su larga scala, aggravato dal blocco quasi totale degli aiuti umanitari negli ultimi venti giorni. L’unico valico aperto, quello di Kerem Shalom, è sottoposto a rigidi controlli e spesso inaccessibile durante le operazioni militari.
Sul piano politico, l’attacco è avvenuto in un momento di stallo delle trattative per una tregua temporanea. Le mediazioni di Egitto e Qatar, sostenute indirettamente da Stati Uniti e Unione Europea, non hanno finora prodotto risultati concreti. Il governo israeliano, guidato da Benjamin Netanyahu, ha ribadito la volontà di proseguire l’operazione militare fino alla “neutralizzazione definitiva delle minacce terroristiche da Gaza”. Una dichiarazione che ha fatto temere una nuova escalation anche al confine nord con il Libano, dove negli ultimi giorni si sono verificati nuovi scontri con Hezbollah.
Nel frattempo, la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto. Le immagini provenienti da Deir el-Balah e Nuseirat mostrano interi quartieri ridotti in macerie, bambini feriti nei corridoi degli ospedali, donne in lacrime che scavano tra le rovine alla ricerca dei propri familiari. Il sistema sanitario di Gaza, già al collasso, non è più in grado di fornire assistenza adeguata, e le scorte di medicinali essenziali si sono quasi esaurite. La chiusura dei confini ha impedito anche l’evacuazione medica di pazienti gravi verso ospedali egiziani, rendendo la situazione ancora più critica.
Le ONG internazionali, tra cui Medici Senza Frontiere e Save the Children, denunciano il mancato rispetto delle convenzioni internazionali che proteggono i civili in zone di guerra. I raid su scuole, ospedali, campi profughi e centri di distribuzione alimentare sono considerati potenziali crimini di guerra da parte delle principali organizzazioni per i diritti umani, che chiedono l’apertura di un’inchiesta indipendente. Nel frattempo, la comunità internazionale continua a dividersi tra condanne formali e dichiarazioni di sostegno alla sicurezza israeliana, senza che si intravedano soluzioni concrete per porre fine alle ostilità.

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