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Arabia Saudita e Stati Uniti verso un patto di difesa: Riad chiede garanzie militari e cooperazione tecnologica in cambio della normalizzazione con Israele

Arabia Saudita e Stati Uniti stanno negoziando un accordo di difesa senza precedenti, destinato a ridisegnare gli equilibri strategici del Medio Oriente. La trattativa, condotta in modo riservato ma ormai vicina a una fase decisiva, prevede un’intesa bilaterale che potrebbe trasformarsi in un patto di sicurezza formale, con impegni militari diretti da parte di Washington a tutela del regno saudita. In cambio, Riad si renderebbe disponibile a normalizzare i rapporti con Israele, aprendo la strada a una nuova fase diplomatica nella regione.


Fonti vicine al dossier indicano che il dialogo tra la Casa Bianca e la leadership saudita è entrato in una fase avanzata, dopo mesi di colloqui intensi e missioni diplomatiche riservate. L’obiettivo è raggiungere un accordo complessivo che comprenda tre pilastri fondamentali: cooperazione militare e tecnologica, sicurezza energetica e normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele. Un’intesa di questa portata, se confermata, rappresenterebbe il più significativo sviluppo geopolitico nella regione dalla firma degli Accordi di Abramo del 2020.


Il patto di difesa prevede, secondo le prime anticipazioni, un meccanismo simile a quello in vigore tra gli Stati Uniti e i principali alleati extra-NATO come Giappone e Corea del Sud. Washington garantirebbe supporto militare al regno in caso di aggressione esterna, rafforzando così il ruolo di deterrenza nei confronti dell’Iran e delle milizie filo-iraniane attive in Medio Oriente. A fronte di tali garanzie, l’Arabia Saudita dovrebbe impegnarsi a limitare le proprie collaborazioni con la Cina nel settore della difesa e delle telecomunicazioni, un aspetto cruciale per la Casa Bianca, che punta a contenere l’influenza di Pechino nella regione.


Il negoziato riflette la convergenza di interessi tra le due potenze. Per gli Stati Uniti, la priorità è consolidare la propria presenza nel Golfo Persico in un momento in cui la competizione globale con Cina e Russia richiede nuovi equilibri strategici. Per Riad, invece, la prospettiva di un accordo con Washington rappresenta un’occasione storica per garantire la sicurezza del regno e ottenere accesso a tecnologie avanzate in campo militare e civile, inclusi programmi nucleari a uso pacifico.


Il principe ereditario Mohammed bin Salman, principale architetto della strategia Vision 2030, mira a diversificare l’economia saudita e a rafforzare il ruolo del Paese come potenza regionale moderna e influente. La sicurezza resta però un pilastro imprescindibile del progetto. L’accordo con Washington, se realizzato, consentirebbe a Riad di proteggere le proprie infrastrutture critiche e consolidare la stabilità interna, riducendo al contempo la dipendenza dalle alleanze regionali più fragili.


Uno degli elementi più delicati del negoziato riguarda la richiesta saudita di sviluppare un programma nucleare civile con assistenza americana. Riad ha manifestato l’intenzione di costruire impianti per la produzione di energia nucleare e per la ricerca scientifica, ma gli Stati Uniti insistono affinché tali progetti restino pienamente conformi agli standard internazionali di non proliferazione. Washington vuole evitare che la cooperazione energetica possa trasformarsi in un rischio di proliferazione militare, soprattutto in un contesto in cui l’Iran continua ad avanzare nel proprio programma nucleare.


L’altro grande nodo politico è la normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele. Dopo gli Accordi di Abramo che hanno coinvolto Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Marocco e Sudan, la possibile adesione di Riad avrebbe un impatto storico. L’Arabia Saudita, custode dei luoghi santi dell’Islam, ha finora mantenuto una posizione di cautela, legando ogni apertura a un progresso concreto sul dossier palestinese. Tuttavia, il contesto regionale e la convergenza di interessi economici e di sicurezza stanno spingendo le parti verso un’intesa pragmatica.


Israele, da parte sua, vede nella prospettiva di un accordo con Riad una svolta strategica capace di rafforzare la propria legittimità regionale e di creare un fronte comune contro Teheran. Il governo israeliano, pur attraversato da tensioni interne e da una complessa situazione di sicurezza, considera la cooperazione con l’Arabia Saudita un passo essenziale per stabilizzare la regione e consolidare i rapporti con gli Stati Uniti.


Il presidente americano Joe Biden punta a raggiungere un risultato diplomatico di alto profilo prima della fine del suo mandato, che possa rafforzare la posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente dopo anni di disimpegno percepito. L’accordo con Riad sarebbe un successo politico e strategico, in grado di contrastare l’avanzata cinese nella regione e di garantire a Washington un ruolo centrale nei futuri equilibri energetici e militari.


La trattativa, tuttavia, resta complessa e carica di incognite. Sul fronte interno americano, il Congresso dovrà essere coinvolto per la ratifica di eventuali garanzie di difesa, e non mancano le resistenze bipartisan legate ai temi dei diritti umani e al ruolo del principe Mohammed bin Salman nell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. In Arabia Saudita, invece, la leadership è consapevole che un accordo troppo sbilanciato verso gli Stati Uniti potrebbe suscitare malcontento tra i settori più conservatori e tra le opinioni pubbliche del mondo arabo.


Sul piano regionale, l’Iran osserva con preoccupazione gli sviluppi della trattativa. Teheran teme che un’alleanza formale tra Washington e Riad possa isolare ulteriormente la Repubblica islamica e ridurre la sua capacità di influenza attraverso i network militari e politici presenti in Yemen, Libano e Siria. In risposta, l’Iran potrebbe rafforzare la propria cooperazione con la Cina e la Russia, accentuando la polarizzazione geopolitica in Medio Oriente.


Gli analisti internazionali sottolineano che l’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita, se concretizzato, segnerebbe una nuova fase dell’ordine regionale. Dopo anni di conflitti, rivalità e mutamenti di alleanze, il Medio Oriente entrerebbe in una fase di equilibrio più strutturato, con un’architettura di sicurezza fondata su un’alleanza tra Washington, Riad e Tel Aviv. Tuttavia, resta aperta la sfida di conciliare la stabilità geopolitica con la complessità politica e religiosa della regione, in cui ogni nuova intesa può generare tanto opportunità quanto tensioni imprevedibili.


Il patto di difesa in discussione rappresenta dunque molto più di un accordo militare: è il segno di un nuovo assetto globale in costruzione, dove le alleanze non sono più solo strumento di potere, ma leve di influenza economica, tecnologica e diplomatica in un Medio Oriente che si muove sempre più al centro delle strategie mondiali.

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