Appalti Ue, la proposta di regolamento apre il confronto su regole, mercato e sovranità

La proposta di regolamento Ue sugli appalti pubblici e le concessioni, adottata dalla Commissione europea il 9 settembre 2026 come COM(2026) 590 final, apre una fase destinata a incidere anche sull’ordinamento italiano. Il dato più evidente è la struttura del testo: 149 articoli, contro i 144 della bozza circolata nelle settimane precedenti. Il punto davvero decisivo, però, è un altro. Bruxelles non propone una nuova revisione delle direttive del 2014, ma un regolamento unico, direttamente applicabile negli Stati membri, destinato a sostituire la direttiva 2014/23/Ue sulle concessioni, la direttiva 2014/24/Ue sugli appalti ordinari e la direttiva 2014/25/Ue sui settori speciali.
Per la Commissione, l’obiettivo è semplificare un quadro normativo giudicato troppo frammentato e trasformare la contrattualistica pubblica in una leva di politica industriale europea. Gli acquisti pubblici valgono circa 2mila miliardi di euro l’anno, pari a circa il 15% del Pil dell’Unione. La quota direttamente interessata dalla riforma è stimata tra 600 e 650 miliardi. Da qui l’idea di ridurre differenze di recepimento e oneri burocratici, con una previsione di 650 milioni di euro di risparmi amministrativi annui, dei quali 570 milioni a favore degli operatori economici e 80 milioni per le stazioni appaltanti.
La riforma punta anche a un forte alleggerimento del sistema. Secondo Bruxelles, l’attuale quadro europeo arriva a circa 900 pagine, mentre il nuovo assetto dovrebbe ricondurre la disciplina complessiva a circa 200 pagine. La semplificazione, tuttavia, non coincide con una liberalizzazione indistinta. Il testo amplia gli spazi di negoziazione, valorizza il confronto preliminare con il mercato e introduce una procedura dedicata all’innovazione, con l’obiettivo di permettere alle amministrazioni di definire meglio i propri fabbisogni e agli operatori di proporre soluzioni più aderenti alla domanda pubblica.
La seconda direttrice è la digitalizzazione. La Commissione immagina un mercato digitale europeo degli appalti fondato sull’interoperabilità delle piattaforme nazionali di e-procurement. L’obiettivo è consentire a un’impresa di partecipare a una procedura bandita in un altro Stato membro senza dover ripresentare ogni volta le stesse informazioni. Per gli acquirenti pubblici, Bruxelles stima 220 milioni di euro di risparmi ricorrenti all’anno. La misura mira anche a rafforzare tracciabilità, comparabilità dei dati, tempi di gara e integrazione del mercato interno.
Un capitolo particolarmente sensibile riguarda il subappalto. La proposta vieta il subappalto integrale del contratto quando l’affidatario non apporti un effettivo contributo di valore. Si tratta di una scelta non estranea al diritto italiano, poiché l’articolo 119 del decreto legislativo 31 marzo 2023, n. 36 già esclude il subaffidamento totale delle prestazioni. Il problema, semmai, sarà il coordinamento tra una futura fonte europea direttamente applicabile e il vigente Codice dei contratti pubblici, soprattutto per gli appalti sopra soglia.
Il passaggio più politico riguarda però la preferenza europea. La Commissione rende esplicita la possibilità di favorire imprese e prodotti europei, collegando gli appalti a esigenze di sicurezza economica, resilienza delle filiere e riduzione delle dipendenze strategiche. Nella formulazione generale non si tratta di un obbligo automatico, ma di una facoltà che potrebbe diventare vincolante in specifici settori strategici. È qui che il procurement smette di essere soltanto tecnica di acquisto e diventa strumento di politica economica e industriale.
Proprio questa impostazione, unita alla scelta del regolamento, ha provocato le reazioni più critiche in Italia. Cgil e Ance hanno chiesto al Governo di contrastare l’impianto proposto da Bruxelles e di puntare su una direttiva, ritenuta più adatta a preservare le specificità nazionali. La contestazione riguarda soprattutto il rischio di un doppio binario: da una parte gli appalti sopra soglia assoggettati a norme europee direttamente applicabili; dall’altra il mercato sotto soglia regolato dal diritto interno. Anche il ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione Tommaso Foti ha espresso perplessità sullo strumento prescelto, sostenendo la maggiore idoneità della direttiva a conciliare uniformità europea e flessibilità ordinamentale.
Si apre ora il negoziato tra Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea. La proposta non produce effetti immediati e potrà essere modificata nel corso dell’iter. Il segnale, tuttavia, è già netto: la Commissione tenta di superare il modello delle direttive del 2014 per costruire un sistema più uniforme, più digitale e più strategico. Per l’Italia la posta in gioco non riguarda solo la semplificazione delle procedure, ma anche la tenuta dell’equilibrio tra autonomia regolatoria nazionale, tutela del lavoro, organizzazione delle stazioni appaltanti e spazio delle piccole e medie imprese nel mercato pubblico.






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