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A Londra arriva il primo chip per la vista artificiale nelle persone cieche

A Londra è stato impiantato per la prima volta un microchip che permette di restituire parzialmente la vista a persone affette da cecità causata da degenerazione maculare atrofica. Si tratta di una tecnologia innovativa che segna un passo decisivo nella ricerca medica e ingegneristica applicata alla visione artificiale. L’intervento è stato eseguito in un centro specializzato della capitale britannica su un paziente che aveva perso completamente la capacità di percepire immagini nella parte centrale del campo visivo. Il chip, di pochi millimetri quadrati, è stato inserito chirurgicamente sotto la retina e collegato a un sistema di occhiali dotato di videocamera, capace di tradurre le immagini reali in impulsi elettrici che vengono trasmessi direttamente alle cellule retiniche residue e poi al cervello.


Il dispositivo è frutto di oltre dieci anni di ricerca e sviluppo, portati avanti da un consorzio internazionale di medici, ingegneri e neuroscienziati. La sua funzione si basa sulla capacità di sostituire l’attività dei fotorecettori danneggiati con stimolazioni artificiali. La videocamera, integrata negli occhiali, cattura ciò che si trova davanti al paziente e invia il segnale a un piccolo processore, che lo converte in una sequenza codificata di impulsi elettrici. Questi vengono poi trasmessi al microchip retinico, che stimola direttamente le cellule ancora attive della retina. Il cervello riceve il segnale e lo interpreta come immagine visiva, consentendo al paziente di riconoscere forme, luci e movimenti.


Il primo paziente a cui è stato applicato il chip ha già mostrato risultati incoraggianti dopo poche settimane di adattamento. In fase iniziale, la percezione visiva è ancora limitata a sagome e contrasti di luce, ma con l’allenamento visivo e la riabilitazione neuro-ottica il cervello impara a elaborare in modo più preciso le informazioni ricevute. Gli specialisti che seguono il progetto sottolineano che si tratta di una tecnologia in fase sperimentale, ma che rappresenta la prima applicazione clinica concreta di un sistema di visione bionica impiantabile destinato a pazienti completamente ciechi.


Il sistema londinese si distingue da altri prototipi sviluppati in passato perché utilizza un’elaborazione digitale ad altissima velocità e un’interfaccia biocompatibile che riduce il rischio di rigetto. La microstruttura del chip, spessa meno di duecento micron, contiene migliaia di elettrodi miniaturizzati capaci di trasmettere impulsi in modo preciso e coordinato. Questa precisione consente di ricostruire immagini più definite rispetto alle prime versioni di retina artificiale sperimentate oltre un decennio fa. L’operazione di impianto è stata effettuata attraverso un’incisione mininvasiva e ha richiesto un intervento di circa due ore, durante il quale i chirurghi hanno posizionato il dispositivo nella zona maculare della retina, collegandolo tramite microfilamenti a un ricevitore posto dietro l’orecchio del paziente.


Il progetto nasce come collaborazione tra istituti di ricerca britannici e aziende europee specializzate in nanotecnologie. L’obiettivo è testare l’efficacia dell’impianto su un campione di pazienti con degenerazione maculare in stadio avanzato, una patologia che rappresenta la principale causa di cecità nei Paesi industrializzati. Ogni partecipante sarà seguito per almeno dodici mesi, con sessioni periodiche di riabilitazione visiva e valutazioni neurologiche per monitorare la risposta del cervello agli stimoli elettrici generati dal dispositivo.


Secondo i primi dati raccolti, il sistema consente di ottenere una forma di percezione visiva parziale ma funzionale, sufficiente per migliorare l’autonomia personale. I pazienti riescono a orientarsi meglio negli spazi, a riconoscere il profilo di oggetti e persone e, in alcuni casi, a leggere lettere di grandi dimensioni. I medici coinvolti nel progetto precisano che il chip non restituisce una vista naturale, ma offre una capacità percettiva che può essere potenziata progressivamente attraverso esercizi specifici. La fase di apprendimento è fondamentale: il cervello deve adattarsi a una forma di visione completamente nuova, basata su segnali artificiali anziché su stimoli luminosi naturali.


L’iniziativa rappresenta un’evoluzione importante nel campo della biotecnologia e delle neuroscienze applicate alla cura della cecità. L’idea di creare una retina artificiale in grado di interfacciarsi con il sistema nervoso centrale era fino a pochi anni fa solo una prospettiva teorica. Oggi, grazie alla miniaturizzazione dei componenti elettronici e all’impiego dell’intelligenza artificiale per l’elaborazione dei segnali, la possibilità di restituire una percezione visiva diventa concreta. I ricercatori ritengono che le prossime generazioni di chip potranno offrire risoluzioni più elevate e consentire il riconoscimento di colori e dettagli complessi.


L’esperimento condotto a Londra non riguarda solo l’aspetto clinico, ma coinvolge anche una dimensione etica e sociale. La prospettiva di restituire la vista a persone che l’hanno perduta da anni impone nuove riflessioni sul concetto di disabilità, sull’accessibilità delle tecnologie e sul loro costo. Il progetto è attualmente finanziato da fondi pubblici e da donazioni private, ma l’obiettivo a lungo termine è quello di rendere il dispositivo disponibile a un numero sempre maggiore di pazienti, con un modello sostenibile per i sistemi sanitari nazionali.


L’intervento di Londra rappresenta un passaggio storico nella medicina oftalmologica e segna l’ingresso concreto della vista artificiale nella pratica clinica. Il chip impiantato, pur ancora in fase sperimentale, apre la possibilità di una nuova era in cui la perdita della vista non sarà più considerata un destino irreversibile ma una condizione che la scienza potrà progressivamente correggere attraverso la fusione tra biologia, ingegneria e intelligenza artificiale.

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