Più innovazione grazie all’innesto di start up negli ecosistemi industriali maturi
- Luca Baj

- 1 mag
- Tempo di lettura: 3 min

L’innovazione nei sistemi industriali non nasce solo all’interno delle grandi imprese, ma sempre più spesso da contaminazioni esterne, in particolare da start up capaci di innestare conoscenza, tecnologie e culture nuove nei processi consolidati delle filiere produttive. È quanto emerge dall’analisi condotta dall’Osservatorio Startup Thinking e dall’Osservatorio Startup & Scaleup Hi-tech del Politecnico di Milano, riportata in un approfondimento sul Corriere della Sera. Secondo lo studio, le imprese cosiddette “plug-in”, cioè le start up che si inseriscono in ecosistemi produttivi esistenti, possono trasformarsi in veri motori di crescita per comparti tradizionalmente chiusi o maturi.
Il caso Rifò e il modello dell’economia circolare
Un esempio emblematico è quello di Rifò, start up nata a Prato, che ha introdotto l’innovazione dell’economia circolare nel settore tessile, storicamente radicato nella tradizione locale. Fondata da Niccolò Cipriani, Rifò si basa sull’idea di recuperare scarti tessili e rigenerarli in nuovi capi, riducendo l’impatto ambientale. Il progetto si fonda sulla cultura del riuso, integrando competenze artigianali con tecnologie moderne e un modello imprenditoriale orientato alla sostenibilità. L’intuizione di Cipriani non è stata solo tecnica ma anche culturale: reinterpretare un sapere antico con una logica innovativa. In pochi anni, Rifò ha raggiunto un fatturato di 3 milioni di euro e coinvolge più di dieci realtà produttive locali e internazionali. La sua forza sta nel saper dialogare con la filiera tradizionale, senza però rimanerne imprigionata.
Innovare con le start up: oltre la tecnologia, la cultura del cambiamento
Secondo Antonio Ghezzi, docente del Politecnico di Milano e responsabile dell’Osservatorio Startup & Scaleup Hi-tech, la vera sfida per le imprese non è solo quella di integrare nuove tecnologie, ma di accogliere una cultura diversa, spesso portata da giovani imprenditori con visioni internazionali. Le start up, in questo senso, possono agire come catalizzatori di cambiamento in ecosistemi consolidati. La difficoltà maggiore per le aziende tradizionali è accettare questa “contaminazione”: mettere in discussione i modelli di business esistenti per lasciare spazio a logiche di sperimentazione, rischio e apprendimento continuo.
L’esperienza irlandese e il ruolo dei centri di innovazione
Il modello di innovazione distribuita non è esclusivo dell’Italia. In Irlanda, l’ecosistema delle start up è stato sviluppato anche in contesti periferici, lontani dai grandi centri urbani. La costa occidentale, affacciata sull’Atlantico, ospita hub tecnologici avanzati, grazie anche alla presenza di centri universitari e strutture di supporto all’imprenditorialità. Città come Galway sono diventate poli di eccellenza in cui le nuove imprese operano in settori di frontiera, collaborando con istituzioni, università e aziende consolidate. Questo modello è stato reso possibile da politiche pubbliche orientate alla creazione di un tessuto favorevole all’innovazione, con investimenti in ricerca, formazione e infrastrutture.
Il valore dell’innesto e il superamento dei confini settoriali
Un elemento chiave per il successo delle start up plug-in è la capacità di operare trasversalmente tra settori diversi. Non si tratta solo di digitalizzare processi industriali, ma di creare nuove connessioni tra mondi che tradizionalmente non comunicavano: manifattura e digitale, artigianato e intelligenza artificiale, logistica e sostenibilità ambientale. Le start up diventano così “enzimi” capaci di attivare reazioni di trasformazione all’interno di ecosistemi maturi, anche grazie alla loro leggerezza strutturale e alla flessibilità organizzativa.
Un’identità ibrida e multidisciplinare: il profilo degli innovatori
Il profilo dell’imprenditore di start up che innova in contesti maturi è caratterizzato da una forte identità ibrida: giovane, con esperienza internazionale, capace di muoversi tra ambiti diversi con disinvoltura. Non si tratta solo di competenze tecniche, ma di visione strategica e capacità di negoziazione con gli attori consolidati del sistema industriale. L’Osservatorio del Politecnico evidenzia come le realtà più efficaci siano quelle che sanno parlare il linguaggio delle imprese tradizionali, pur portando valori e metodologie nuove. Questo tipo di imprenditorialità richiede sostegno, non solo finanziario ma anche culturale e istituzionale.
Prospettive future: la simbiosi tra start up e imprese consolidate
L’innesto delle start up negli ecosistemi industriali può rappresentare una strategia vincente per affrontare le sfide dell’economia globale: transizione ecologica, digitalizzazione, crisi delle supply chain, reshoring. Perché questa alleanza funzioni, è necessario un cambio di mentalità: le grandi imprese devono aprirsi al confronto, abbandonare le logiche difensive e accogliere la discontinuità come risorsa. Le start up, dal canto loro, devono imparare a valorizzare il patrimonio di competenze e relazioni delle filiere in cui si inseriscono. Solo in questo modo potrà nascere una nuova generazione di imprese ibride, capaci di combinare solidità e visione, tradizione e innovazione.




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