La Germania schiva la recessione ma l’economia resta ferma: la locomotiva europea fatica a ripartire
- piscitellidaniel
- 30 ott 2025
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Il recente bollettino economico tedesco mostra un Paese che tecnicamente evita la recessione ma registra un’economia in sostanziale stallo. Nel trimestre più recente la variazione del prodotto interno lordo è risultata prossima allo zero, e seppure non si tratti di una contrazione, il ritmo praticamente nullo segnala che la Germania fatica a riprendere slancio dopo una fase di debolezza protratta nel tempo. Il focus oggi è su come la «locomotiva» dell’Europa possa tornare a trainare la crescita in un contesto internazionale più sfidante, tenendo conto dell’erosione della domanda esterna, della compressione degli investimenti e dell’alto costo dell’energia.
Il settore industriale rimane al centro della debolezza. Le difficoltà dell’industria manifatturiera tedesca sono note da tempo: la saturazione dei mercati chiave, l’arretratezza nella transizione verso l’elettrico, l’aumento dei costi energetici e le catene globali interrotte hanno eroso progressivamente competitività e margini. In particolare, già prima della pandemia, si rilevava un rallentamento della produzione industriale; oggi questa fase sembra consolidata, e la risalita appare lenta. La difficoltà consiste nel fatto che la manifattura era per la Germania una delle principali leve di crescita e di occupazione qualificata: la sua stagnazione pesa non solo sul Pil ma anche sulle dinamiche della produttività e sull’innovazione tecnologica.
Sul fronte della domanda interna, i segnali non sono più sufficienti per supplire alla debolezza esterna. I consumi delle famiglie tedesche mostrano una crescita molto contenuta, in parte frenata dall’inflazione residua e dalla crescente cautela nei comportamenti di acquisto. La fiducia dei consumatori, secondo alcuni indicatori, è sotto pressione, e la propensione a risparmiare è salita. Parallelamente, gli investimenti privati e pubblici non stanno mostrando un’accelerazione significativa: le imprese osservano con prudenza i rischi globali, l’incertezza normativa, la rigida regolamentazione ambientale e la difficoltà di reperire investimenti a condizioni favorevoli. Questo mix contribuisce a spiegare perché, in assenza di un motore esterno robusto, l’economia tedesca proceda per inerzia e non per slancio.
Sul piano internazionale, la dipendenza dalle esportazioni continua a essere un vincolo. La Germania, pur avendo una struttura di commercio estero ampia e diversificata, è vulnerabile ai rallentamenti delle economie partner, all’insicurezza geopolitica e alle tensioni commerciali. I segmenti più contaminati sono quelli della meccanica, dell’automotive e delle componenti elettroniche, tutti sottoposti a pressioni di costo, logistica e competizione globale. Il rallentamento della richiesta dalla Cina e il riassetto delle filiere globali aggiungono elementi di fragilità. In questo contesto, il surplus commerciale, un tempo simbolo della forza tedesca, non è più bastato a stimolare una crescita interna forte e sostenuta.
Le politiche pubbliche e fiscali affrontano un doppio vincolo: da un lato, la Germania ha tradizionalmente adottato una politica di bilancio prudente, con limiti alla spesa e un freno costituzionale al debito, che limita la capacità di stimolo. Dall’altro lato, le esigenze di modernizzazione infrastrutturale, digitalizzazione e transizione energetica richiedono investimenti consistenti. La velocità di attuazione delle riforme, la semplificazione delle procedure e la mobilitazione di risorse pubbliche e private sono spesso indicate come insufficienti da analisti ed economisti. La combinazione tra rigore fiscale e necessità di rilancio crea un equilibrio complesso da gestire.
L’inflazione, sebbene in regressione rispetto ai picchi registrati nei periodi precedenti, rimane un fattore che pesa sulla redditività delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie. I costi dell’energia e delle materie prime hanno eroso margini industriali e condizionato scelte di investimento. Inoltre, il mercato del lavoro, pur mostrando dati relativamente solidi in termini di occupazione, presenta segnali di rallentamento nella produttività, nella stabilità contrattuale e nell’attività di assunzione qualificata. Ciò contribuisce a spiegare perché l’economia tedesca non sia in espansione, ma piuttosto in attesa di una svolta.
La trasformazione digitale e la transizione verde rappresentano due sfide strutturali per la Germania. Pur essendo all’avanguardia in molti segmenti, il Paese mostra ritardi nel cogliere l’accelerazione delle tecnologie emergenti e nel riorientare la propria base industriale verso modelli più leggeri, agili e meno dipendenti da infrastrutture tradizionali. Le rigidità legate alla regolamentazione, alla formazione della forza lavoro e all’innovazione incrementale sembrano rallentare i cambiamenti necessari. In un mondo in rapido mutamento, la capacità di adattamento diventa un fattore competitivo essenziale.
Dal punto di vista delle prospettive, la Germania appare in una fase di attesa: il motore non è spento, ma gira al minimo regime. Le istituzioni e gli operatori economici mostrano consapevolezza del problema, ma anche difficoltà nell’individuare la leva per uscire dallo stallo. Il governo ha annunciato misure di sostegno e piano industriale, ma la loro efficacia dipenderà dalla rapidità e dalla coerenza di attuazione. In un contesto europeo in cui la crescita complessiva è moderata, ci si interroga su quale ruolo potrà assumere in futuro la Germania come traino del continente.

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