Guerra dei dazi e debito pubblico: come il protezionismo commerciale alimenta l’instabilità fiscale globale
- piscitellidaniel
- 23 apr
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Nel contesto di un’economia mondiale già segnata da rallentamenti ciclici, inflazione elevata e instabilità geopolitica, le guerre commerciali rappresentano un ulteriore fattore di pressione sui bilanci pubblici. I dazi doganali, pensati come strumenti per difendere l’industria nazionale e riequilibrare i deficit commerciali, stanno mostrando i loro effetti collaterali più strutturali: la crescita dei costi per imprese e consumatori, la contrazione degli scambi e, soprattutto, l’aumento del debito pubblico nei paesi che li adottano con maggiore aggressività.
Gli Stati Uniti sono al centro di questo paradosso. La strategia protezionistica rilanciata dall’amministrazione Trump nel 2025 – che prevede dazi fino al 60% su prodotti cinesi, penalità per le auto elettriche asiatiche e nuove tariffe sulle importazioni europee – ha lo scopo dichiarato di rilanciare il manifatturiero nazionale e migliorare la bilancia dei pagamenti. Tuttavia, il Congressional Budget Office ha rilevato che, nei primi tre mesi dell’anno, il disavanzo federale è aumentato del 18% rispetto allo stesso periodo del 2024, toccando quota 905 miliardi di dollari. Di questi, oltre 150 miliardi sono imputabili a minori entrate tributarie e maggiori esborsi legati all’impatto economico delle tensioni commerciali.
Le ragioni di questo effetto sono multiple. Innanzitutto, i dazi tendono a generare inflazione: il rincaro dei beni importati viene in parte trasferito ai prezzi al consumo, erodendo il potere d’acquisto e comprimendo la domanda interna. Le imprese che dipendono da componenti estere registrano un aumento dei costi di produzione, che si traduce in minori investimenti e talvolta in riduzioni dell’occupazione. Tutto ciò genera una pressione sul sistema fiscale, sia sul fronte delle entrate (minor gettito da redditi e consumi), sia su quello delle uscite (maggiore spesa per sussidi, sostegni pubblici e incentivi compensativi).
Il secondo impatto è più diretto e riguarda l’aumento del costo del debito sovrano. Le guerre commerciali creano un clima di incertezza macroeconomica che spinge gli investitori a richiedere premi di rischio più elevati per finanziare il debito pubblico. Gli spread sui titoli di Stato statunitensi con scadenza decennale sono aumentati di 35 punti base nel primo trimestre del 2025, secondo i dati di Bloomberg. Un dato particolarmente rilevante, se si considera che il debito federale ha superato i 34.000 miliardi di dollari e il solo servizio del debito costerà oltre 1.000 miliardi nel 2025.
Anche l’Unione Europea, pur non protagonista diretta della guerra dei dazi, si trova a dover fronteggiare effetti simili. Le contromisure varate da Bruxelles in risposta alle politiche statunitensi – come l’adozione di barriere doganali su veicoli a combustione importati dagli USA – rischiano di aprire nuovi fronti conflittuali. Nel frattempo, alcuni settori strategici (come l’acciaio, l’agroalimentare e l’elettronica) segnalano già cali nelle esportazioni e perdite di competitività sui mercati extraeuropei. In questo contesto, i governi sono chiamati a sostenere le imprese più esposte con misure fiscali espansive che impattano direttamente sui conti pubblici.
La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno entrambi lanciato l’allarme sull’impatto delle tensioni commerciali sul debito globale. Il FMI stima che le politiche protezionistiche implementate nel 2025, se mantenute fino a fine anno, potrebbero comportare una riduzione del PIL globale dello 0,7% e un incremento del debito pubblico medio nei paesi avanzati di 1,2 punti percentuali. Non solo: la frammentazione del commercio mondiale riduce l’efficacia delle politiche monetarie, costringendo i governi a compensare con maggiori stimoli fiscali.
Un altro aspetto critico è rappresentato dall’effetto domino sulle economie emergenti. Le nazioni più esposte ai mercati globali – come il Vietnam, il Messico, il Sudafrica o l’Indonesia – vedono aumentare la volatilità dei cambi, la fuga di capitali e il costo del rifinanziamento del debito estero. Per queste economie, le guerre dei dazi non sono solo una minaccia alla crescita, ma una potenziale miccia per crisi valutarie e instabilità finanziaria.
In un panorama così frammentato, la pressione sul debito pubblico diventa uno dei principali canali attraverso cui il protezionismo si trasforma da scelta politica in fragilità strutturale. I dazi, lungi dal rappresentare una fonte stabile di gettito o un antidoto all’inflazione importata, sembrano avere un impatto recessivo e amplificare gli squilibri di finanza pubblica, aggravando la vulnerabilità dei paesi che li utilizzano.
Le prossime scelte dei governi – e in particolare delle due grandi potenze economiche, Stati Uniti e Cina – saranno decisive per comprendere se la stagione del confronto commerciale si evolverà in una guerra fredda economica permanente o se prevarranno logiche di riequilibrio negoziale. Intanto, il bilancio delle guerre dei dazi si misura anche nei conti pubblici: un debito più alto, meno spazio di manovra fiscale e un’incertezza che non risparmia nessuno.

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