Europa 2026: inflazione sotto controllo, e crescita debole
- Giuseppe Politi

- 2 dic 2025
- Tempo di lettura: 2 min
L’EUROPA del 2026 attraversa una fase di apparente stabilità, ma sotto la superficie emergono tensioni economiche e strutturali che potrebbero definire il prossimo decennio. L’inflazione, dopo l’ondata che ha investito il continente tra il 2022 e il 2023, è stata riportata entro limiti accettabili grazie alla politica monetaria restrittiva della BCE. Tuttavia, il costo di questo intervento è stato elevato: crescita ridotta, consumi indeboliti e investimenti rallentati. La domanda ora è se l’Eurozona riuscirà a trovare un nuovo equilibrio tra stabilità dei prezzi e sviluppo economico.
I dati del 2026 indicano una crescita complessiva inferiore all’1%. La GERMANIA, storicamente il motore industriale dell’EUROPA, segna un aumento quasi nullo del PIL a causa della crisi energetica e del rallentamento del settore automobilistico. La FRANCIA, grazie a una forte spinta pubblica, mantiene una dinamica leggermente positiva, mentre l’ITALIA sorprende con una crescita superiore alle aspettative, trainata dall’export e dagli investimenti legati alla transizione digitale. Tuttavia, la situazione resta fragile: la debolezza della domanda interna e le difficoltà di accesso al credito continuano a pesare sulle imprese.
Il problema centrale riguarda la divergenza crescente tra Nord e Sud dell’EUROPA. I Paesi del Nord, più digitalizzati e con finanze pubbliche solide, riescono a sostenere investimenti in tecnologia, energia rinnovabile e infrastrutture avanzate. Al contrario, molte economie meridionali — pur beneficiando dei fondi del PNRR — faticano a trasformare le risorse in crescita strutturale. La logistica inefficiente, la lentezza burocratica e la carenza di competenze digitali impediscono un salto qualitativo decisivo.
La BCE si trova in una posizione delicata. Da un lato, la riduzione dell’inflazione suggerirebbe un progressivo allentamento della politica monetaria. Dall’altro, il rischio di una nuova spirale inflattiva, alimentata da shock energetici o tensioni geopolitiche, rende la banca centrale prudente. Questo crea un circolo vizioso: tassi alti frenano gli investimenti, investimenti bassi frenano la produttività, e una produttività stagnante alimenta la debolezza economica complessiva.
Un altro fronte critico è rappresentato dalla transizione energetica. L’EUROPA ha scelto una strada ambiziosa, puntando sulla decarbonizzazione e sugli investimenti in rinnovabili, idrogeno verde e mobilità elettrica. Tuttavia, la trasformazione richiede enormi risorse e una revisione profonda dei modelli produttivi. Le imprese europee si trovano così a competere con gli incentivi generosi degli STATI UNITI e la capacità industriale della CINA, rischiando di trovarsi schiacciate tra due colossi.
Il futuro dell’EUROPA dipenderà dalla capacità di superare la propria frammentazione interna. Servono politiche fiscali comuni, un mercato unico dell’energia, investimenti coordinati nella ricerca e una strategia industriale condivisa che riduca la dipendenza da fornitori esterni. Solo così l’unione potrà evitare una nuova stagione di stagnazione e ritrovare un ruolo centrale nell’economia globale del XXI secolo.




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