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Economia: tra crescita fragile e finanza pubblica

L’economia italiana si muove nel biennio 2025-2026 lungo una traiettoria di crescita moderata, caratterizzata da un equilibrio instabile tra fattori di resilienza e vulnerabilità strutturali mai del tutto risolte. La dinamica del prodotto interno lordo rimane compressa da una domanda interna debole, da un ciclo degli investimenti irregolare e da un contesto internazionale che continua a generare shock esogeni difficilmente assorbibili da un sistema economico ad alta rigidità.

Il nodo centrale resta la finanza pubblica. Il livello del debito, pur non rappresentando una criticità immediata in termini di sostenibilità finanziaria, espone il Paese a una crescente sensibilità alle variazioni dei tassi di interesse e alla percezione di rischio da parte dei mercati. Il progressivo venir meno delle politiche monetarie ultra-espansive ha infatti riportato il costo del debito su livelli che incidono direttamente sul bilancio dello Stato, riducendo gli spazi di manovra fiscale e comprimendo la capacità di intervento anticiclico.

Sul fronte delle entrate, la pressione fiscale rimane elevata e disomogenea, con effetti distorsivi sulla competitività delle imprese e sulla propensione agli investimenti produttivi. La struttura del prelievo continua a gravare in misura sproporzionata su lavoro e imprese regolari, mentre l’economia sommersa e le inefficienze amministrative sottraggono risorse potenzialmente decisive per il riequilibrio dei conti pubblici. In tale contesto, ogni ipotesi di riduzione selettiva delle imposte deve necessariamente confrontarsi con la rigidità della spesa corrente e con l’incremento strutturale degli oneri per interessi.

Il sistema produttivo mostra segnali contrastanti. Da un lato, l’export continua a rappresentare un pilastro fondamentale, sostenuto da settori ad alta specializzazione e da una rete di piccole e medie imprese ancora competitiva sui mercati esteri. Dall’altro, la debolezza della domanda interna e l’aumento dei costi energetici e finanziari comprimono i margini, rallentando i piani di investimento e alimentando un clima di prudenza diffusa.

Particolarmente rilevante è il tema degli investimenti pubblici e privati. I programmi di modernizzazione infrastrutturale e digitale hanno prodotto effetti positivi, ma in modo disomogeneo sul territorio nazionale, accentuando i divari tra aree più dinamiche e aree strutturalmente fragili. La mancanza di continuità progettuale, unita a ritardi amministrativi e a difficoltà di coordinamento, limita l’impatto moltiplicativo della spesa in conto capitale.

Nel quadro complessivo, l’Italia si trova quindi a gestire una fase di transizione delicata, in cui la stabilità finanziaria dipende sempre più dalla credibilità delle politiche economiche e dalla capacità di trasmettere ai mercati un’immagine di disciplina e coerenza strategica. Senza un rafforzamento strutturale della crescita potenziale, il rischio è quello di una stagnazione prolungata, con effetti cumulativi su occupazione, redditi reali e sostenibilità del debito nel medio periodo.

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