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Washington valuta fornire missili Tomahawk all’Ucraina: Kiev potrebbe colpire in profondità la Russia

Negli ambienti diplomatici e militari statunitensi è in corso un dibattito delicato e potenzialmente rivoluzionario: la Casa Bianca sta considerando seriamente la possibilità di trasferire in Ucraina missili da crociera Tomahawk, armamenti a lungo raggio capaci di colpire obiettivi strategici ben all’interno del territorio russo. L’ipotesi, se approvata, modificherebbe radicalmente le capacità offensive ucraine e l’equilibrio del conflitto, aprendo scenari di escalation difficili da gestire.


L’idea di fornire Tomahawk a Kiev è stata confermata da alcune fonti vicine alla Casa Bianca e citata in rapporti giornalistici internazionali. Non si tratterebbe di una decisione già presa, bensì di una valutazione in corso: si stanno esaminando le implicazioni politiche, militari e legali di mettere nelle mani dell’Ucraina un’arma con gittata superiore rispetto a quelle che finora sono state concesse. In passato gli Stati Uniti hanno limitato la cessione di sistemi offensivi a lungo raggio per evitare che l’Ucraina potesse colpire obiettivi profondi in Russia e innescare una reazione incontrollata da parte del Cremlino. Ma la pressione per ampliare le capacità ucraine cresce, specie alla luce della lentezza dei progressi sul campo e della resistenza russa nelle linee più interne.


I missili Tomahawk sono armi da crociera subsoniche molto precise, caratterizzate da sistemi di guida avanzati, capacità di navigazione autonoma e una portata potenziale che può spingersi fino a migliaia di chilometri a seconda della versione. La loro adozione consentirebbe a Kiev di colpire depositi logistici, basi militari, infrastrutture segrete e infrastrutture critiche ben al di là delle linee frontali attuali. L’effetto potrebbe essere duplice: da un lato incrementare il deterrente verso Mosca; dall’altro aggravare il rischio di escalation e di attacchi russi contro obiettivi ucraini o anche contro sistemi NATO di supporto.


Tra le frizioni interne alla valutazione americana emergono timori di escalation incontrollata. Alcuni dirigenti dell’amministrazione hanno manifestato riserve sull’uso indiscriminato di questa arma da parte di Kiev: l’Ucraina dovrà dimostrare moderazione, disciplina e coordinamento con gli Stati Uniti per evitare che l’estensione offensiva non degeneri in conflitto diretto fra superpotenze. Il presidente Trump, nel dialogo con Zelensky, avrebbe persino posto la domanda provocatoria «perché non avete ancora colpito Mosca?», secondo ricostruzioni giornalistiche, sollevando interrogativi sul confine tra incentivo e mera retorica.


Dal punto di vista russo, la prospettiva dell’entrata in scena dei Tomahawk è già percepita come una provocazione diretta. Il Cremlino ha cercato di ridimensionare la minaccia, affermando che i missili, pur potenti e precisi, non rappresentano “armi magiche” in grado da sole di cambiare l’andamento del conflitto. Ma la reazione politica è netta: molti analisti credono che Mosca potrebbe reagire rafforzando le sue defese aeree, spostando assetti strategici verso retrovie più protette e aumentando operazioni di attacco contro l’Ucraina per indebolirne le linee di approvvigionamento.


Nel frattempo, è emersa anche l’ipotesi che, oltre ai Tomahawk, gli Stati Uniti possano autorizzare l’Ucraina a utilizzare i suoi missili ATACMS già in dotazione al massimo della gittata permessa (circa 300 chilometri). Ciò permetterebbe a Kiev di colpire obiettivi profondi ma non troppo lontani, come basi militari russe vicine al confine, infrastrutture logistiche e depositi rifornimento. L’eventuale combinazione di Tomahawk e ATACMS darebbe all’Ucraina una capacità molto più flessibile di scelta dei target e di pressione strategica.


L’effetto diplomatico dell’ipotesi è già visibile: alleati europei e nazioni della NATO osservano con cautela, preoccupati che questa mossa possa trascinarli in un’escalation diretta con la Russia. Pure in seno al Congresso americano non mancano voci critiche: cedere a Kiev un’arma così potente comporta rischi politici interni e responsabilità ingenti. Ogni atto successivo — lancio, target scelti, decisioni di attuazione — dovrà essere concordato con attenzione per evitare fratture diplomatiche e sorprese sul piano militare.


Dal punto di vista ucraino, l’eventuale consegna dei Tomahawk sarebbe accolta con forte entusiasmo: consentirebbe un salto qualitativo nel contrasto russo, darebbe maggiore margine operativo e amplificherebbe la minaccia percettiva verso Mosca. Ma comporterebbe anche una contrazione futura del margine decisionale: Kiev sarebbe vincolata da strette regole di utilizzo, controllo e comunicazione con gli Stati Uniti, pena il ritiro del supporto e possibili sanzioni interne.


Tutto dipenderà da un equilibrio fragile: capacità offensive più estese contro il rischio di reazioni russe espansive e di coinvolgimento diretto di Stati terzi. Se il passo sarà fatto, potrebbe segnare una svolta nel conflitto ucraino, innalzando la posta e ridefinendo il perimetro della guerra da frontale a continentale. Le prossime settimane saranno decisive nel tradurre le valutazioni in decisioni concrete — o nel lasciare tutto in bilico, sul filo esile di un’ipotesi che molti considerano già rivoluzionaria.

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