Usa, anche Nexstar boicotta Jimmy Kimmel: la frattura tra media e intrattenimento si allarga
- piscitellidaniel
- 23 set
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Negli Stati Uniti la televisione torna a essere terreno di scontro politico e culturale. Dopo settimane di polemiche, anche il gruppo Nexstar, uno dei maggiori operatori televisivi locali del Paese, ha annunciato di voler interrompere la collaborazione con Jimmy Kimmel, storico conduttore di talk show satirici e volto di punta della late night television americana. La decisione non arriva isolata, ma si inserisce in un quadro più ampio in cui diversi network stanno ripensando la loro programmazione alla luce delle pressioni politiche, delle divisioni ideologiche e del mutamento nelle abitudini del pubblico.
Jimmy Kimmel, da anni figura centrale nel panorama televisivo statunitense, è noto per uno stile ironico e corrosivo che mescola intrattenimento, satira politica e commento dell’attualità. Negli ultimi tempi le sue prese di posizione, spesso critiche nei confronti della destra conservatrice e in particolare di Donald Trump, hanno acceso un acceso dibattito. I suoi monologhi sono diventati virali sui social, attirando applausi da una parte del pubblico ma anche feroci contestazioni dall’altra.
L’annuncio di Nexstar, che gestisce decine di emittenti locali affiliate a diversi grandi network, rappresenta un passo significativo. Il gruppo ha dichiarato che non trasmetterà più gli show di Kimmel all’interno dei propri palinsesti, motivando la scelta con la volontà di evitare divisioni nel pubblico e di mantenere una linea editoriale “più equilibrata”. In realtà, dietro questa decisione molti osservatori intravedono la crescente influenza delle pressioni politiche e culturali, che condizionano sempre più le strategie dei broadcaster.
La vicenda riflette una tendenza che negli Stati Uniti si sta consolidando: la polarizzazione politica non riguarda solo il dibattito istituzionale, ma si estende anche al mondo dell’intrattenimento. Talk show, serie televisive e persino eventi sportivi diventano spesso terreno di scontro tra visioni opposte. Le emittenti, chiamate a difendere le proprie quote di mercato e a garantire la fidelizzazione degli spettatori, si trovano a compiere scelte difficili, rischiando di alienare una parte del pubblico per compiacere l’altra.
Il caso Kimmel assume particolare rilievo perché coinvolge non solo un personaggio televisivo, ma anche il modello stesso della late night television, un genere che per decenni ha rappresentato un pilastro della cultura americana. Conduttori come Johnny Carson, David Letterman e Jay Leno hanno segnato epoche, riuscendo a unire comicità e commento sociale senza spaccare il pubblico. Con Kimmel e i suoi colleghi più giovani, come Stephen Colbert e Seth Meyers, il linguaggio si è fatto più diretto e politico, riflettendo la radicalizzazione della società americana.
Sul piano economico, la scelta di Nexstar evidenzia anche la difficoltà di mantenere modelli tradizionali di business. Le emittenti locali devono fare i conti con la concorrenza delle piattaforme digitali, che offrono contenuti on demand e che spesso amplificano proprio quei momenti più controversi e virali degli show televisivi. Il rischio per i broadcaster tradizionali è di perdere rilevanza presso i giovani, più propensi a consumare clip su YouTube o TikTok piuttosto che seguire interi programmi in seconda serata.
La decisione di boicottare Kimmel ha suscitato reazioni immediate nel mondo politico e mediatico. Esponenti progressisti hanno accusato Nexstar di censura, sostenendo che si voglia mettere a tacere una voce scomoda e satirica. Al contrario, molti conservatori hanno applaudito la scelta, interpretandola come una presa di distanza da una comicità giudicata “faziosa” e “irrispettosa”. Il dibattito si è rapidamente spostato sui social network, amplificando ulteriormente la polarizzazione e trasformando la vicenda in un caso nazionale.
Dal punto di vista culturale, il boicottaggio di Kimmel si inserisce in una dinamica più ampia di frattura tra media e intrattenimento. La televisione, che per decenni ha avuto la funzione di unire e creare un linguaggio condiviso, sembra ora riflettere le divisioni della società. La satira, che dovrebbe rappresentare uno spazio di libertà e di critica trasversale, rischia di trasformarsi in un’arma di parte, perdendo la capacità di raggiungere pubblici diversi.
Per Kimmel, la vicenda non sembra intaccare in modo significativo la popolarità personale. I suoi show continuano a registrare ascolti soddisfacenti sulle piattaforme principali e i suoi monologhi restano tra i contenuti più condivisi online. Tuttavia, il segnale lanciato da Nexstar indica che il futuro della televisione generalista potrebbe essere sempre più condizionato da scelte editoriali dettate dal clima politico.
Il caso apre anche interrogativi sul rapporto tra libertà di espressione e sostenibilità commerciale. Fin dove può spingersi un conduttore televisivo nella critica politica senza rischiare di compromettere i rapporti con i network? E fino a che punto i broadcaster devono tutelare la pluralità delle voci senza alienare parti di pubblico? Domande che, al di là della figura di Kimmel, riguardano l’intero sistema mediatico statunitense.
L’America che si prepara a nuove sfide elettorali si ritrova così a discutere non solo di economia e geopolitica, ma anche del ruolo dell’intrattenimento nel plasmare opinioni e nel rafforzare o indebolire la coesione sociale. La decisione di Nexstar aggiunge un nuovo tassello a questo mosaico complesso, in cui la televisione diventa specchio e amplificatore delle tensioni di un Paese sempre più diviso.

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