Un anno dopo il rapporto Draghi: l’Europa tra impegni promessi, ritardi concreti e crescenti sfide di competitività
- piscitellidaniel
- 16 set
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È passato un anno esatto da quando Mario Draghi consegnò alla Commissione Europea il suo rapporto sulla competitività dell’Unione, documento ambizioso che indicava una roadmap per rispondere a tre sfide principali: ristagno della crescita, dipendenze esterne che minano la resilienza, necessità di crescere più velocemente per finanziare gli obiettivi climatici, digitali e di sicurezza. A un anno di distanza, durante la conferenza tenuta a Bruxelles con la presidente della Commissione, la domanda che domina è: cosa è stato realizzato finora, cosa è cambiato, cosa resta critico?
Draghi ha delineato una radiografia dell’Europa che rivela che molte delle sfide segnalate sono diventate negli ultimi dodici mesi ancora più acute. Il modello di crescita europeo appare in affanno: esportazioni ad alto valore aggiunto e commercio internazionale si sono indeboliti. Il surplus commerciale della Cina verso l’Unione è aumentato, favorendo una pressione sul mercato interno europeo che non era così marcata. Il rallentamento è evidente non solo in termini macroeconomici, ma anche nelle attese degli attori economici, che denunciano maggiore difficoltà nell’accesso alle tecnologie, agli investimenti, al credito.
Uno dei passaggi più forti del discorso riguarda l’“inazione”: Draghi ha sottolineato che la lentezza con cui molte raccomandazioni sono state accolte o messe in atto rischia di danneggiare non solo la capacità dell’UE di competere sul piano globale, ma addirittura la sua sovranità. A dieci, venti anni dall’idea che l’Europa potesse esercitare un ruolo politico ed economico autonomo a livello mondiale, oggi molte decisioni strategiche vengono dettate dall’esterno, dalla necessità di adeguarsi a mercati, pressioni diplomatiche, regole alle quali era urgente rispondere con una maggiore unità interna.
Tra i pochi progressi evidenziati come concreti quello relativo alla difesa: la spesa militare è cresciuta, ci sono stati piani specifici come il Readiness 2030, con misure che premiano quegli Stati che rafforzano i loro bilanci bellici, offrendo flessibilità nelle regole di bilancio. È un settore che oggi appare come la frontiera più visibile del confine sempre più sfumato tra politica economica e sicurezza nazionale. L’UE ha mostrato accelerazione in questo ambito, ma Draghi insiste che ciò non può bastare, che servono risultati anche in altri comparti.
Per esempio, poco è cambiato sul fronte della transizione tecnologica, dei processi digitali, dell’innovazione, del recupero del gap infrastrutturale. Le proposte per rafforzare il mercato unico, eliminare ostacoli burocratici, potenziare ricerca e sviluppo, armonizzare standard tecnologici internazionali e promuovere nuovi modelli di industria verde non sembrano aver avuto lo slancio necessario. Le norme, gli aiuti di Stato, le procedure di appalto pubblico restano spesso inefficiente, rigide o disomogenee tra Paesi.
Altro nodo critico è quello dei finanziamenti. Draghi ha rimarcato che non è sufficiente avere raccomandazioni se poi non esiste un percorso chiaro per reperire le risorse necessarie agli investimenti strategici. Fondi domestici, europei, risorse private: tutto contribuisce, ma spesso non in modo coordinato. La frammentazione tra programmi europei, disponibilità di capitale di rischio, incentivi agli investimenti, rende difficile ottenere effetti sistemici.
Anche il terreno della sicurezza energetica e delle forniture esterne è peggiorato. Le dipendenze da fonti esterne, da importazioni di materie prime critiche, problemi nella catena del valore, interruzioni dovute a crisi geopolitiche si sono accentuate. Quel che Draghi aveva messo in guardia un anno fa come rischio potenziale ora appare come realtà in molti settori: energia, semiconduttori, automazione, produzione industriale avanzata.
Dal punto di vista politico e istituzionale la conferenza ha mostrato che esiste una consapevolezza crescente tra gli Stati membri e le istituzioni dell’Unione: che non basta promettere, ma serve cambiare visione, metodo, tempistiche. Sono emerse richieste esplicite di riforme strutturali: revisioni normative, semplificazione degli aiuti, procedure più snelle, standard comuni, cooperazione rafforzata sulle questioni che oltrepassano i confini nazionali come la difesa, l’energia, la tecnologia verde.
Una critica forte che Draghi ha rivolto è che, rispetto alle 383 raccomandazioni originali, soltanto una piccola parte ha trovato concretezza: si parla dell’ordine del 10-11% circa di attuazione. Questo evidenzia non solo lentezza ma anche difficoltà nel coordinamento, nella volontà politica, nella capacità amministrativa.
L’allarme sul declino del modello di crescita europeo, se non accompagnato da misure concrete e urgenti, non è solo economico, ma anche sociale e geopolitico. In un mondo in cui la competizione con Stati Uniti, Cina e altri grandi attori diventa sempre più dura, l’Europa rischia di restare indietro su tecnologie chiave, su autonomia strategica, su capacità di innovazione e sul benessere futuro dei suoi cittadini.

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