“Un americano su cinque soffre di infezioni sessualmente trasmissibili”: il declino del trend è messo in discussione da dati contraddittori
- piscitellidaniel
- 25 set
- Tempo di lettura: 3 min
Secondo una recente segnalazione, negli Stati Uniti si afferma che circa un cittadino su cinque abbia contratto almeno una infezione sessualmente trasmissibile (IST) nel corso della vita. Questa affermazione, di per sé forte e capace di generare attenzione, si inserisce in un dibattito molto più ampio: da un lato, il tema delle IST è tornato sotto i riflettori per la crescita di alcuni patogeni; dall’altro, le stime storiche spesso convivono con importanti incertezze metodologiche, variazioni nei protocolli di diagnosi e una scarsa uniformità nei sistemi di sorveglianza.
La dichiarazione che uno su cinque abbia avuto un’infezione sessuale suscita due reazioni immediate: stupore e sospetto. Perché, sebbene le IST non siano fenomeni rari, arrivare al 20 % di persone interessate nella vita implica una diffusione molto ampia. Serve dunque guardare con attenzione ai dati disponibili e al contesto per capire se parliamo di una stima plausibile, di un fenomeno sottostimato o di un’iperbole giornalistica.
Gran parte della difficoltà deriva dal fatto che molte infezioni sessuali si manifestano in forma asintomatica, non vengono diagnosticate o non si traducono in notifica ufficiale. Persino nei sistemi sanitari più avanzati, la registrazione dei casi confermati tende a captare solo una porzione ridotta del fenomeno reale. In questo senso, qualunque statistica “popolare” su base percentuale deve essere considerata con cautela e, idealmente, comparata con dati clinici e epidemiologici consolidati.
Guardando i trend recenti, il quadro appare complesso e contraddittorio. In Italia, per esempio, i report del sistema di sorveglianza rilevano che dal 2017 il numero di persone con una IST confermata è in leggera diminuzione rispetto agli anni precedenti. Alla base di questa discesa vi sono fattori come la minore attività di testing, variazioni nei comportamenti e possibili cambiamenti nelle modalità di segnalazione. Alcuni esperti avvertono che questi cali potrebbero essere in parte artefatti, prodotti dalla pandemia e da periodi in cui l’accesso ai test è stato più limitato. Dunque, la diminuzione apparente potrebbe essere più un segnale di “osservabilità ridotta” che un’effettiva riduzione della prevalenza.
Al contrario, altri segnali suggeriscono che alcune infezioni siano in crescita, specialmente fra i giovani. In Italia e in vari paesi europei si registra un aumento dei casi di clamidia, gonorrea e sifilide, soprattutto nei gruppi più giovani, dove i comportamenti a rischio, l’uso discontinuo del preservativo e una scarsa cultura della prevenzione compongono una miscela pericolosa. Ad esempio, tra gli under 25 si parla di incrementi significativi dei casi di clamidia triplicati in certi studi, con una maggiore vulnerabilità nelle donne giovani.
Queste divergenze – tra la stima popolare “1 su 5” e i trend ufficiali o parziali – sollevano alcune domande chiave.
La prima è: che cosa si intende con “soffrire di infezioni sessuali”? Se si comprende chiunque abbia avuto un episodio accertato o sospetto, anche nel passato remoto, la percentuale può salire. Ma se ci si limita a infezioni confermate, sintomatiche o resonate nei dati sanitari, la stima può essere più bassa. La definizione operativa è fondamentale per dare credibilità alle cifre.
Un secondo punto riguarda il fenomeno del testing e del tracciamento: se negli ultimi anni le campagne di test, i servizi sanitari dedicati e la consapevolezza sono cresciuti, si è registrato un aumento dei casi diagnosticati, che in parte “crea” l’apparenza di un’ondata epidemica maggiore. In altri termini, più si cerca, più si trova; questo effetto “parabolico” può far sembrare una crescita molto rapida, anche se la prevalenza reale non è cambiata altrettanto.
Un terzo aspetto è l’effetto della pandemia COVID-19 e delle restrizioni sui servizi sanitari: durante il lockdown e le fasi successive molti screening e controlli sono stati interrotti o rallentati, contribuendo a una sottostima temporanea delle IST. Quindi i dati post-pandemia possono misurare una “ripresa” non soltanto reale ma anche statistica, un ritorno alle condizioni di osservabilità pre-COVID.
Infine, è importante considerare il contesto comportamentale: i cambiamenti nelle pratiche sessuali, la diffusione di incontri occasionali facilità, l’uso discontinuo o scorretto del preservativo, l’uso di sostanze (come nel caso del chemsex) e i comportamenti di rischio con più partner contribuiscono alla circolazione delle infezioni. In giovani e fasce meno informate, questi elementi possono innalzare il rischio in modo più marcato rispetto alle generazioni precedenti.
Nel complesso, l’affermazione che un americano su cinque abbia sperimentato un’infezione sessuale tocca un nervo sensibile: da un lato richiama l’urgenza di una politica di salute sessuale forte, con educazione, accesso ai test e prevenzione; dall’altro deve essere misurata con rigore per evitare allarmismi o distorsioni. Il vero terreno di battaglia oggi è quello della diagnosi precoce, dell’educazione consapevole, della rimozione dei tabù e della costruzione di sistemi sanitari in grado di intercettare fenomeni che per lungo tempo sono rimasti “invisibili”.

Commenti