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Ucraina, Palestina, Iran, Groenlandia: come gli europei percepiscono il rischio in un mondo sempre più instabile

La percezione del rischio tra i cittadini europei si è progressivamente ampliata e stratificata, allontanandosi dall’idea di una minaccia circoscritta e riconoscibile per assumere la forma di un insieme di crisi interconnesse che attraversano lo spazio geopolitico globale. La guerra in Ucraina resta il riferimento principale, non solo per la sua prossimità geografica ma per il significato simbolico che ha assunto, quello di un conflitto convenzionale su larga scala tornato nel cuore dell’Europa dopo decenni. L’invasione russa ha inciso in profondità sulla percezione della sicurezza collettiva, mettendo in discussione l’idea di stabilità costruita nel dopoguerra e mostrando come confini, alleanze e regole internazionali possano essere rimessi in discussione con l’uso della forza. Per molti europei, l’Ucraina rappresenta oggi il paradigma di un rischio concreto, tangibile, capace di produrre effetti diretti sull’economia, sull’energia e sulla sicurezza quotidiana.


Accanto al fronte orientale, il conflitto in Palestina contribuisce ad alimentare un senso di instabilità diffusa, pur essendo percepito come geograficamente più distante. Le immagini provenienti da Gaza, il numero elevato di vittime civili e l’assenza di una prospettiva politica credibile rafforzano la sensazione di un mondo incapace di contenere la violenza e di proteggere le popolazioni più vulnerabili. In Europa, questa crisi viene vissuta anche attraverso una forte polarizzazione del dibattito pubblico, che riflette divisioni politiche, culturali e identitarie. Il rischio, in questo caso, non è percepito solo in termini militari, ma anche come potenziale fattore di destabilizzazione interna, capace di accentuare tensioni sociali, radicalizzazioni e fratture nel consenso verso le istituzioni.


Il dossier iraniano si colloca su un piano diverso ma altrettanto rilevante nella percezione europea del rischio globale. L’eventualità di un Iran dotato di capacità nucleari avanzate, unita alle tensioni con Stati Uniti e Israele, viene letta come una minaccia sistemica, capace di innescare escalation regionali con effetti a catena sull’intero equilibrio internazionale. Per molti europei, l’Iran rappresenta il simbolo di un rischio latente, meno visibile rispetto ai conflitti aperti ma potenzialmente più destabilizzante nel medio-lungo periodo. La combinazione di sanzioni, pressioni militari e tentativi di dialogo contribuisce a un clima di incertezza che rafforza la percezione di vivere in un sistema internazionale fragile, nel quale errori di calcolo o decisioni improvvise possono avere conseguenze globali.


Anche la Groenlandia, apparentemente lontana dai teatri di guerra tradizionali, entra nel perimetro delle preoccupazioni europee come simbolo di una nuova competizione geopolitica. L’Artico viene percepito sempre meno come una regione marginale e sempre più come uno spazio strategico, conteso per le sue risorse naturali, le rotte commerciali emergenti e il valore militare. Le discussioni sul futuro della Groenlandia alimentano la sensazione che nessuna area del pianeta sia ormai al riparo dalle logiche di potenza, nemmeno quelle storicamente considerate stabili o periferiche. Per l’Europa, questa dinamica si traduce in una riflessione più ampia sulla propria autonomia strategica e sulla capacità di difendere interessi e sovranità in un contesto di crescente competizione tra grandi attori globali.


Nel loro insieme, Ucraina, Palestina, Iran e Groenlandia compongono una mappa mentale del rischio che appare sempre più complessa e interconnessa. Gli europei non percepiscono queste crisi come eventi isolati, ma come segnali di una trasformazione profonda dell’ordine internazionale, in cui le certezze del passato si stanno dissolvendo. Il rischio viene vissuto come multidimensionale, al tempo stesso militare, economico, energetico e sociale, con effetti che si riflettono sulla vita quotidiana, sulle scelte politiche e sulla fiducia nelle istituzioni. Questa percezione diffusa contribuisce a ridefinire le aspettative nei confronti dell’Unione europea, chiamata a confrontarsi con un mondo più instabile e meno prevedibile, nel quale la gestione del rischio diventa uno degli elementi centrali della sicurezza e della coesione del continente.

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