Trump e la narrativa delle “sette guerre in sette mesi”: tra propaganda politica e realtà dei fatti
- piscitellidaniel
- 24 set
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Negli ultimi giorni, il dibattito politico internazionale è stato animato da una dichiarazione che attribuisce all’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump il merito di aver “risolto sette guerre in sette mesi” durante il suo mandato. L’affermazione, rilanciata in diversi ambienti vicini all’ex leader repubblicano, è stata oggetto di verifiche, analisi e contestazioni, sollevando il tema più ampio del rapporto tra propaganda politica e realtà geopolitica.
Trump, sin dalla campagna elettorale del 2016, ha sempre cercato di accreditarsi come il presidente che avrebbe riportato gli Stati Uniti fuori dalle “guerre infinite” generate dalle amministrazioni precedenti. Il suo messaggio, rivolto a una parte significativa dell’elettorato americano stanca delle missioni militari all’estero, si basava sulla promessa di ridurre l’impegno bellico diretto, riportando a casa i soldati e limitando le ingerenze nelle crisi internazionali. Durante il suo mandato, alcune iniziative in questa direzione sono effettivamente state intraprese, ma ridurre la complessità del quadro a uno slogan come “sette guerre in sette mesi” appare un’operazione retorica.
Gli analisti ricordano che in quel periodo gli Stati Uniti erano coinvolti in diversi teatri di conflitto, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Siria allo Yemen, senza dimenticare missioni meno visibili in Africa e in altre aree instabili del pianeta. Trump annunciò piani di ritiro, ridusse il numero di truppe in alcune zone e promosse accordi che avevano come obiettivo la de-escalation, come nel caso dei colloqui con i talebani, che portarono all’intesa di Doha nel 2020. Tuttavia, questi passi non equivalgono alla “risoluzione” di guerre, che spesso hanno continuato a consumarsi in modo diverso, coinvolgendo altri attori regionali e internazionali.
In particolare, la situazione in Afghanistan rimase critica fino al ritiro definitivo delle truppe statunitensi, avvenuto sotto l’amministrazione Biden nel 2021, con esiti drammatici e conseguenze geopolitiche ancora in corso. In Siria, nonostante la riduzione della presenza americana, il conflitto non si è mai concluso e anzi si è evoluto in una guerra a più livelli, con Russia, Turchia e Iran protagonisti attivi. In Iraq, la presenza militare statunitense è stata ridimensionata ma non eliminata, e il Paese continua a vivere in una fragile stabilità.
Il ricorso a dichiarazioni semplificate come quella delle “sette guerre in sette mesi” risponde a una precisa logica politica: consolidare l’immagine di Trump come uomo forte capace di risolvere rapidamente crisi complesse che altri presidenti non erano riusciti a gestire. È un messaggio che risuona in particolare tra gli elettori che vedono negli interventi militari all’estero una causa di spreco di risorse e di perdita di vite americane, senza benefici tangibili per il Paese.
I fact-checker che hanno analizzato la dichiarazione sottolineano come essa non trovi riscontri concreti. Non esiste infatti alcuna evidenza documentata che in sette mesi siano stati effettivamente risolti sette conflitti. Piuttosto, vi sono stati annunci e iniziative che hanno contribuito a ridurre l’esposizione diretta degli Stati Uniti, ma senza che ciò si traducesse nella fine delle guerre stesse. Alcuni osservatori sottolineano che Trump abbia spesso confuso la sospensione di operazioni militari o il ritiro parziale delle truppe con la risoluzione dei conflitti, una differenza sostanziale che però viene attenuata nella comunicazione politica.
Un altro elemento importante riguarda la politica estera trumpiana, caratterizzata da un approccio bilaterale e dalla ricerca di accordi diretti con i leader stranieri, anche con figure controverse. Questa linea ha portato a momenti di svolta, come il dialogo con la Corea del Nord, che pur non avendo risolto la questione nucleare, ha contribuito a ridurre temporaneamente la tensione. Tuttavia, molti di questi successi sono stati più mediatici che sostanziali, e non hanno prodotto cambiamenti duraturi nella geopolitica mondiale.
Il tema si inserisce oggi in un contesto di campagna elettorale, in cui Trump mira a presentarsi come l’unico capace di riportare ordine in uno scenario internazionale segnato da nuove guerre e crisi. Dall’invasione russa dell’Ucraina al conflitto in Medio Oriente, fino alla crescente tensione con la Cina, il quadro attuale mostra quanto sia complesso parlare di pace e stabilità. In questo contesto, la narrativa di un presidente capace di “risolvere guerre” si carica di valore propagandistico, soprattutto agli occhi di un elettorato disilluso dai risultati delle amministrazioni successive.
La frase sulle “sette guerre in sette mesi” diventa così l’emblema di un discorso politico che privilegia l’impatto emotivo rispetto alla precisione storica. Essa racconta molto di più sulla percezione che Trump vuole costruire di sé che sulla realtà dei fatti accaduti durante il suo mandato. Per comprendere appieno il significato di simili dichiarazioni, è necessario analizzarle non come resoconti oggettivi, ma come strumenti di una narrazione politica che punta a rafforzare un’immagine di leadership e di efficienza decisionale.
Il dibattito attorno a questa affermazione mette in evidenza un problema più ampio: la difficoltà per l’opinione pubblica di distinguere tra realtà e propaganda in un mondo in cui le informazioni circolano rapidamente e in cui gli slogan hanno spesso più presa dei dati concreti. Le guerre non si risolvono con un annuncio, ma attraverso lunghi e complessi processi politici, militari e diplomatici. Tuttavia, nel linguaggio della politica contemporanea, un’affermazione semplice e diretta può diventare molto più efficace di una spiegazione articolata.

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