Trump chiede l’incarcerazione del sindaco di Chicago e del governatore dell’Illinois in una rivolta verbale che scuote il federalismo Usa
- piscitellidaniel
- 8 ott
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In una escalation verbale senza precedenti, l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sollevato accuse bomba contro il sindaco di Chicago, Brandon Johnson, e il governatore dell’Illinois, J.B. Pritzker, arrivando a dichiarare che «dovrebbero essere incarcerati». Il motivo addotto è la loro presunta negligenza nel proteggere gli agenti federali dell’immigrazione (ICE) in operazioni svolte sul territorio metropolitano. A supporto di tale dichiarazione, Trump ha autorizzato il dispiegamento di truppe della Guardia Nazionale provenienti dall’Illinois e dal Texas in aree della città, nonché richieste formali al Pentagono per l’invio di altri militari.
La provocazione mediatico-politica ha innescato reazioni immediate da parte dei leader locali, che hanno respinto la dichiarazione come un attacco autoritario alla democrazia e al diritto costituzionale dei governi statali e locali. Johnson ha ribadito che la cooperazione dell’amministrazione cittadina con le forze federali rispetta la legge, mentre il governatore Pritzker ha denunciato l’intimidazione come un «tentativo di guerra contro una città americana». Il clima di scontro si inserisce in un quadro di tensione già in corso tra governo federale e amministrazioni locali su temi di sicurezza, immigrazione e autonomia statale.
Il contesto in cui si colloca l’attacco verbale di Trump non è neutro. La sua amministrazione ha promosso da tempo una politica aggressiva di controllo dell’immigrazione, definendo città come Chicago “santuari” per migranti e criticando le amministrazioni locali che limitino la cooperazione con l’ICE. Trump afferma che tali politiche hanno favorito il disordine e l’insicurezza, alimentando una narrazione retorica in cui il sindaco e il governatore sono demonizzati come complici nell’ostacolo all’ordine pubblico. In questo senso, la richiesta di incarcerazione — sebbene non supportata da procedimenti formali — assume una funzione di pressione simbolica e di mobilitazione politica verso il suo bacino elettorale.
L’autorizzazione del dispiegamento della Guardia Nazionale rappresenta un atto concreto e controverso: centinaia di soldati sono stati inviati in territorio statale senza consenso pieno delle autorità locali. Le forze federali affermano che si tratta di misura necessaria per proteggere agenti ICE e proprietà federali, soprattutto in risposta a proteste e resistenza. Le autorità locali sono insorte e hanno presentato azioni legali per bloccare il dispiegamento, invocando la Costituzione e i limiti del potere federale.
Un giudice federale ha temporaneamente rifiutato di bloccare l’entrata delle truppe, pur rimandando la decisione definitiva a un’udienza successiva. Questa mossa di Trump rischia di spingere il conflitto istituzionale fino alla Corte Suprema, toccando frontiere delicate come il rapporto tra potere federale e sovranità statale, il controllo militare su spazi urbani e il bilanciamento dei diritti civili contro la sicurezza nazionale.
Tra le armi retoriche usate da Trump spiccano messaggi incendiari sui social — in particolare su Truth Social — nei quali ha parlato di “guerra con Chicago” e citato frasi provocatorie come “Adoro l’odore delle deportazioni al mattino”. Simboli militari e richiami ai conflitti hanno accompagnato la sua narrazione, evocando scenari in cui l’ordine civile si confonde con la logica del conflitto armato. Tali dichiarazioni non restano secondarie: riflettono una strategia comunicativa che mira a polarizzare, mobilitare la base e ridefinire la lotta politica come battaglia morale tra “legge e caos”.
Le amministrazioni di Johnson e Pritzker hanno risposto con fermezza, denunciando che le minacce di arresto e l’intervento militare costituiscono un abuso di potere e un precedente pericoloso. Hanno avviato contenziosi giudiziari per difendere il diritto statale e locale di governare senza imposizioni esterne, affermando che la democrazia non può essere compressa con strumenti militari e insulti pubblici.
Sul piano nazionale, l’attacco di Trump ha suscitato reazioni contrastanti. I sostenitori conservatori hanno accolto con favore la linea dura e la retorica forte contro i governi progressisti delle città, vedendo in essa un ritorno all’”ordine” e al contrasto al cosiddetto “governo permissivo”. Le opposizioni, invece, hanno gridato all’abuso istituzionale, all’erosione dei controlli sul potere presidenziale e alla pericolosa normalizzazione delle minacce contro funzionari eletti. Il dibattito sul carattere autoritario delle sue affermazioni ha riaperto la questione della tenuta delle istituzioni democratiche statunitensi in una stagione politicamente molto polarizzata.
In questo terreno, la richiesta di incarcerazione appare meno come una proposta concreta di incriminazione possibile e più come una miccia simbolica volta a sollevare la tensione mediatica e politica. Trump non ha presentato atti giudiziari a suo supporto né richieste ufficiali al Dipartimento della Giustizia, ma ha esercitato pressione continua sui media e sulle agenzie federali affinché agiscano in accordo con la sua linea.
La posta in gioco va ben oltre Chicago e l’Illinois: è la concezione stessa dello Stato federale americano e delle sue regole fondamentali a essere sotto stress. Lo scontro innesta temi centrali: chi ha il potere di intervenire militarmente nelle città, fino a che punto il presidente può forzare governi locali in disaccordo, e quali salvaguardie esistono contro l’uso strumentale delle forze armate interne. Le prossime fasi di questo conflitto non saranno battaglie solo legali, ma simboliche, istituzionali e politiche, con un impatto potenzialmente duraturo sul modello costituzionale degli Stati Uniti.

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