Trump annuncia un dazio del 100 % sui film prodotti all’estero: battaglia per Hollywood, caos legale e reazioni planetarie
- piscitellidaniel
- 29 set
- Tempo di lettura: 3 min
Donald Trump ha scosso nuovamente il mondo dell’intrattenimento con un annuncio che potrebbe mutare radicalmente i rapporti tra cinema, commercio e cultura: intende imporre un dazio del 100 % su tutti i film realizzati al di fuori degli Stati Uniti e importati negli USA. Le sue motivazioni si fondano su un mix di protezionismo, rivendicazione culturale e accenti patriottici: Hollywood, secondo Trump, starebbe perdendo terreno a causa di produzioni internazionali incentivate all’estero, e questa fuga rappresenterebbe una “minaccia alla sicurezza nazionale”.
Trump ha espresso che “l’industria cinematografica americana sta morendo molto rapidamente”, accusando altri paesi di offrire incentivi fiscali che sottraggono produzioni statunitensi verso località estere. Ha dichiarato di aver incaricato il Dipartimento del Commercio e l’Office of the U.S. Trade Representative di avviare subito l’iter per applicare il dazio. Il messaggio pubblicato sulla sua piattaforma Truth Social richiama l’idea di riportare le produzioni in patria, usando parole come “devastata” e “rubata”.
Da parte del governo, tuttavia, si è precisato che ancora non è stata presa alcuna decisione definitiva. Il White House Office ha chiarito che si stanno esplorando opzioni legali e pratiche per dare seguito alla direttiva presidenziale, ma che attualmente non esiste un testo definitivo né linee guida operative. In altre parole, il 100 % è più un’intenzione che una misura concreta già in vigore.
La mossa ha già generato reazioni immediate da parte dei gruppi di interesse dell’industria cinematografica, degli studi, delle piattaforme streaming e dei governi che ospitano produzioni internazionali. Per molti è un colpo d’ala protezionista che rischia di rompere equilibri consolidati: il cinema moderno è un modello globalizzato di co-produzioni, outsourcing di VFX, riprese in location multiple, contratti internazionali. Qualificare un film come “straniero” è spesso ambiguo: se un film è finanziato da uno studio americano ma girato in Canada o in Regno Unito, come verrà trattato?
L’impatto possibile è gravissimo. Potrebbe ridurre la competitività delle produzioni statunitensi che già cercano esternalizzazioni per contenere costi; spingere fornitori, studi di effetti visivi e laboratori a spostare risorse all’estero per evitare barriere doganali; stimolare ritorsioni internazionali sul campo culturale e commerciale; e complicare la distribuzione internazionale, i festival e le piattaforme streaming che operano con release globali. I titoli statunitensi che oggi generano gran parte del ricavo al box office estero potrebbero subire forti contraccolpi.
Un altro nodo riguarda la legittimità legale di una misura del genere: film, contenuti audiovisivi e diritti d’autore appartengono in larga parte al commercio dei servizi e alla proprietà intellettuale, settori tradizionalmente meno soggetti a dazi doganali rispetto ai beni materiali. Le controversie alla World Trade Organization (WTO) potrebbero essere immediate, così come questioni costituzionali interne sull’autorità del presidente in campo commerciale e sui confini del potere esecutivo.
Hollywood è già in fermento. Alcune major hanno visto un calo delle quotazioni azionarie nelle ore successive all’annuncio, in attesa di capire se e come la misura verrà implementata. Molti produttori stanno ripensando strategie: localizzazioni di set, contratti multilaterali, buffer legali di produzione mista. La paura è che un’azione così radicale possa penalizzare l’innovazione pur salvaguardando solo le produzioni più consolidate.
Nel panorama internazionale, paesi che ospitano produzioni statunitensi — come Canada, Regno Unito, Australia, paesi dell’Est Europa — guardano con preoccupazione. Le loro industrie cinematografiche potrebbero subire colpi duri, contratti rescissi, riduzione di investimenti stranieri. La reazione diplomatica potrebbe includere misure di ritorsione: dazi incrociati su export Usa, restrizioni nei settori dell’intrattenimento, pressioni su accordi bilaterali culturali.
Il 100 % non è solo una cifra simbolica, ma un segnale forte: un cambio di paradigma in cui la cultura, l’identità e la politica industriale si mescolano al commercio. Se applicato, il dazio rappresenterebbe una frontiera mai percorsa prima: l’uso del potere doganale per proteggere non solo industrie industriali, ma prodotti culturali, contenuti e narrazioni.
Se il governo darà l’ok definitivo e si passerà alla redazione legale, le settimane seguenti saranno decisive: verranno pubblicati regolamenti esecutivi, criteri di applicazione (quali film sono soggetti, come calcolare il dazio, come trattare coproduzioni, streaming, licenze). La sfida sarà farlo in modo da non strangolare il comparto che si vuole difendere.
In questo scenario, Hollywood si trova tra due fuochi: da un lato, la promessa di protezione statale; dall’altro, il rischio di un ritorno a un isolamento che potrebbe indebolire il suo ruolo globale. L’equilibrio tra identità culturale americana, apertura al mondo e dinamiche economiche internazionali diventa un terreno di scontro centrale.

Commenti