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Trump annuncia che non permetterà a Israele l’annessione della Cisgiordania

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato in maniera inequivocabile che non intende consentire a Cisgiordania di essere annessa da Israele. In una giornata in cui la diplomazia statunitense ha avuto un ruolo centrale nel Medio Oriente, Trump ha parlato ai leader arabi e al contempo ha risposto ai giornalisti sottolineando che “non lo consentirò” in riferimento all’ipotesi di annessione. Le affermazioni sono state rese pubbliche dopo una riunione con rappresentanti di paesi arabi a margine dell’assemblea generale delle Nazioni Unite e segnano un’inversione apparentemente netta rispetto agli orientamenti tradizionali nella politica estera americana nei confronti di Israele. Alla domanda se avrebbe consentito l’annessione della Cisgiordania, Trump ha risposto con un no secco e ha aggiunto che “è ora di fermarsi” nel senso che «abbiamo fatto abbastanza». Queste parole arrivano in un momento in cui la questione della sovranità dei territori palestinesi e le prospettive di una soluzione a due stati tornano a tenere al centro il dibattito internazionale.


La scelta di Trump assume rilievo non solo dal punto di vista diplomatico, ma anche per il peso strategico che il riconoscimento o meno dell’annessione ha in termini di rapporto tra Israele, Stati Uniti, paesi arabi e comunità internazionale. L’annessione della Cisgiordania rappresenterebbe un mutamento strutturale nei confini del conflitto israelo-palestinese e modificherebbe profondamente lo status delle relazioni con gli alleati arabi, in particolare quelli che negli ultimi anni hanno intrattenuto accordi con Israele basati su normalizzazione e cooperazione regionale. Trump, rivolgendosi ai leader arabi, ha presentato un documento che descrive il piano dell’amministrazione statunitense per la governance post-conflitto e la sicurezza nell’area, includendo tale promessa circa la Cisgiordania all’interno di una cornice più ampia di impegno per stabilizzare la regione.


Dal punto di vista israeliano, la dichiarazione americana rappresenta un ginepraio: da un lato, Israele ha visto nell’annessione un obiettivo politico di lungo periodo avanzato da partiti di destra e da parte del suo attuale esecutivo; dall’altro, l’intervento di Washington limita unilateralmente lo spazio operativo di Gerusalemme e pone condizioni di fattibilità geopolitica per qualsiasi passo in quella direzione. La reazione interna in Israele include segnali di sorpresa: alcuni analisti locali segnalano che il primo ministro Benjamin Netanyahu potrebbe dover rivedere le proprie ambizioni territoriali o contemperarle con la necessità di mantenere l’appoggio americano e non compromettere la cooperazione regionale con i Paesi arabi colpiti da eventuali mosse unilaterali. L’esecutivo israeliano si trova così in una posizione di maggiore cautela e con un orizzonte negoziale che deve tener conto non solo dei rapporti bilateralI stretti con gli Stati Uniti, ma anche del complesso sistema di alleanze e rivalità nel Medio Oriente.


Dal versante arabo, l’annuncio di Trump ha ricevuto accoglienza favorevole, in particolare da parte delle nazioni che hanno normalizzato diplomaticamente i rapporti con Israele negli ultimi anni e che vedono nell’idea di una annessione della Cisgiordania un rischio di contaminazione dei propri equilibri interni e regionali. La promessa americana rafforza il messaggio che gli Stati Uniti intendono essere attori attivi nella regolazione dei confini e non solo sostenitori passivi delle scelte di Israele. Per i paesi arabi, dunque, la posizione americana si traduce in una maggiore rassicurazione rispetto all’idea che l’espansione territoriale israeliana avvenga senza coordinamento multilaterale o accordi di pace.


La decisione annunciata ha anche implicazioni per il processo di pace e la prospettiva palestinese. La Cisgiordania è alla base delle rivendicazioni palestinesi per uno Stato indipendente, e qualsiasi passo verso l’annessione da parte israeliana era stato percepito come un colpo potenziale al meccanismo negoziale di lunga durata. Con la dichiarazione americana, il quadro muta: si riduce la probabilità immediata che Israele proceda unilateralmente, almeno sulla base delle condizioni attuali. Tuttavia resta in piedi la domanda se tale promessa si tradurrà in un vincolo effettivo e duraturo oppure se sarà soggetta a modifiche in funzione delle evoluzioni interne agli Stati Uniti, alle prossime elezioni o alle dinamiche di coalizione israelo-statunitensi.


Sul piano della cooperazione militare e dell’assistenza americana a Israele, la dichiarazione introduce un tema di equilibrio: gli Stati Uniti continuano a essere il principale fornitore di armamenti e sostegno strategico a Israele, ma assumono anche una posizione di vincolo politico che limita le azioni israeliane, almeno in teoria, in un settore sensibile come il controllo territoriale della Cisgiordania. Nei corridoi diplomatici si osserva come la promessa americana possa essere intesa anche come strumento di pressione su Israele per ottenere concessioni in cambio della garanzia del sostegno Usa. In altri termini, Washington potrebbe usare il divieto di annessione come leva per spingere verso un accordo più ampio di pace con i palestinesi o verso concessioni israeliane in altri capitoli politico-territoriali.


La questione rimane tuttavia molto complessa: anche se gli Stati Uniti hanno annunciato che non permetteranno l’annessione, la realizzazione pratica di tale divieto dipende da una serie di condizioni, tra cui la capacità di implementare controlli sulle azioni israeliane, il monitoraggio dei fatti in Cisgiordania, la reazione dei gruppi di pressione all’interno di Israele e la coerenza della politica statunitense nel tempo. Le dichiarazioni di Trump generano aspettative, ma non garantiscono da sole che il corso degli eventi si conformi alla pronuncia. Gli scenari aperti includono sia un congelamento dell’annessione sia un possibile riconoscimento indiretto di cambiamenti territoriali tramite accordi negoziati piuttosto che mosse unilaterali.


In questo contesto, il ruolo statunitense nel Medio Oriente si evolve e presenta una sfaccettatura diversa: non si limita più al sostegno incondizionato a Israele, ma include la mediazione, la prevenzione di scelte unilaterali e l’imposizione di limiti alle ambizioni territoriali delle parti. La promessa di Trump assume così una dimensione geopolitica che va oltre la semplice dichiarazione retorica e diventa parte di un piano più ampio per la stabilità della regione.

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