Tregua di 60 giorni tra Israele e Hamas: proposta USA per la liberazione di ostaggi e aiuti umanitari
- piscitellidaniel
- 29 mag
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Gli Stati Uniti hanno presentato una proposta formale per una tregua di 60 giorni tra Israele e Hamas. L’obiettivo principale è ottenere il rilascio di ostaggi israeliani, sia vivi sia deceduti, attualmente detenuti nella Striscia di Gaza e contemporaneamente allentare la crisi umanitaria attraverso un massiccio ingresso di aiuti. La proposta è stata avanzata dall'inviato dell’amministrazione Trump, Steve Witkoff, ed è al centro di intense trattative condotte con la mediazione di Qatar ed Egitto.
Secondo le indiscrezioni emerse, la proposta statunitense prevede un primo rilascio di cinque ostaggi vivi il primo giorno della tregua, seguito, al settimo giorno, dalla restituzione dei corpi di altri cinque israeliani caduti. In cambio, Israele dovrebbe procedere alla scarcerazione di un numero elevato di detenuti palestinesi e consentire l’ingresso quotidiano nella Striscia di 400 camion con beni umanitari, inclusi cibo, acqua, medicinali e materiali medici. Oltre a ciò, il governo israeliano dovrebbe autorizzare l’evacuazione medica di numerosi pazienti palestinesi gravemente feriti o affetti da malattie croniche.
Hamas ha accolto con una cauta apertura la proposta americana, pur chiedendo modifiche sostanziali. Il gruppo armato chiede un’estensione della tregua da 60 a 70 giorni, la liberazione di tutti i detenuti palestinesi incarcerati prima e dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, nonché un calendario preciso per la restituzione di almeno 16 corpi di ostaggi israeliani. Le richieste sono state presentate ufficialmente tramite i canali di mediazione a Doha, sede principale dei negoziati in corso.
Dal lato israeliano, la risposta è stata prudente e accompagnata da forti riserve. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che il governo non accetterà una tregua permanente fintanto che Hamas non sarà smantellato completamente e tutti gli ostaggi ancora in vita non saranno liberati senza condizioni. La linea dura dell’esecutivo israeliano riflette anche le pressioni interne da parte di settori dell’opinione pubblica che considerano inaccettabile qualsiasi concessione che legittimi Hamas come interlocutore.
La trattativa si inserisce in un contesto umanitario drammatico. Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite e dalla Mezzaluna Rossa palestinese, dall’inizio delle operazioni militari israeliane a seguito dell’attacco del 7 ottobre, oltre 54.000 palestinesi sono morti, inclusi migliaia di civili, mentre milioni sono sfollati o vivono senza accesso regolare a beni primari. L’accesso umanitario è stato più volte interrotto o ridotto drasticamente, provocando una crisi di proporzioni catastrofiche.
I colloqui, pur ostacolati da divergenze profonde, continuano senza interruzioni. Gli Stati Uniti, insieme a Qatar ed Egitto, stanno cercando di esercitare pressione su entrambe le parti per arrivare almeno a un’intesa parziale che fermi temporaneamente le ostilità e consenta la liberazione dei prigionieri più vulnerabili. Fonti diplomatiche hanno confermato che l’obiettivo immediato è evitare un ulteriore deterioramento della situazione e creare un minimo di stabilità, anche se temporanea, che potrebbe preludere a un negoziato politico più ampio.
A sostenere la proposta USA è anche una parte del Congresso americano, mentre da Bruxelles e dalle cancellerie europee si moltiplicano gli appelli per una de-escalation immediata e per il rispetto del diritto internazionale umanitario. Le organizzazioni per i diritti umani stanno seguendo con attenzione l’esito delle trattative, sottolineando l’urgenza di azioni concrete per proteggere le popolazioni civili e ripristinare l’accesso a beni essenziali in tutte le aree colpite.
Nonostante le difficoltà e l’assenza di un’intesa definitiva, la proposta statunitense rappresenta il primo vero tentativo strutturato da diverse settimane per arrestare la spirale di violenza e aprire uno spiraglio verso una fase di dialogo, per quanto fragile. Il percorso resta estremamente complesso, segnato da ostacoli politici, militari e ideologici profondi, ma per migliaia di famiglie in attesa del ritorno dei loro cari o della possibilità di curarsi, ogni giorno di tregua potrebbe fare la differenza.

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