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Trasporto merci nell’Unione europea: il mare resta dominante ma cresce il ruolo della strada

Nel 2023, il panorama del trasporto merci nell’Unione europea ha confermato la prevalenza del trasporto marittimo come principale modalità di movimentazione delle merci, ma ha anche evidenziato una crescita significativa del trasporto su strada. Secondo i dati diffusi da Eurostat e rielaborati da diverse testate, quasi il 67,4% del totale delle merci espresse in tonnellate-chilometro è stato trasportato via mare, mentre il 25,3% ha viaggiato su strada. Il trasporto ferroviario ha rappresentato il 5,5%, mentre le vie navigabili interne hanno contribuito per l’1,6%.


Il trasporto marittimo, per sua natura, rimane la soluzione più efficiente per spostare grandi quantità di merci su lunghe distanze, soprattutto nei collegamenti internazionali tra gli hub portuali. Paesi come Grecia, Portogallo e Cipro hanno registrato tassi di utilizzo superiori al 95% per il trasporto via mare, a conferma del peso strategico dei porti nel Sud Europa. Le cosiddette “autostrade del mare”, promosse dall’Unione per favorire rotte commerciali più sostenibili, sono risultate particolarmente rilevanti nel bacino del Mediterraneo.


Tuttavia, l’aumento della quota del trasporto su gomma riflette un’esigenza crescente di flessibilità e capillarità. La strada è infatti la modalità di trasporto preferita per le tratte a breve e medio raggio, specie per le consegne urbane o per il collegamento tra nodi intermodali. In paesi come Lussemburgo, Ungheria, Slovenia e Repubblica Ceca, oltre il 70% delle merci è stato trasportato su strada, spesso a causa della carenza di infrastrutture ferroviarie competitive o della mancata interoperabilità tra reti nazionali.


In netto ritardo, invece, resta il comparto ferroviario. L’Austria, la Lituania e la Slovacchia sono tra i pochi Stati membri dove il trasporto su rotaia raggiunge quote significative (superiori al 29%). La ridotta incidenza a livello europeo dipende da vari fattori: costi logistici elevati, scarsità di terminal intermodali, mancanza di standard comuni per la gestione delle tratte transfrontaliere e difficoltà nel coordinamento tra operatori ferroviari pubblici e privati. Inoltre, la lentezza con cui vengono realizzati i corridoi TEN-T frena la piena integrazione del trasporto ferroviario nelle catene logistiche europee.


Le vie navigabili interne, utilizzate soprattutto in Belgio, Paesi Bassi e Germania, continuano a rappresentare una quota marginale a livello UE, nonostante il loro potenziale ecologico e la capacità di movimentare grandi volumi a basso impatto ambientale. Il traffico fluviale sconta problemi legati alla stagionalità, alla variabilità dei livelli idrici e alla scarsa digitalizzazione dei sistemi di gestione.


Per riequilibrare il mix modale, la Commissione europea e i governi nazionali stanno attuando una serie di misure incentivanti. In Italia, strumenti come il “marebonus” (oggi rinominato “sea modal shift”) e il “ferrobonus” sostengono economicamente le aziende che spostano traffico merci dalla strada alla ferrovia o al mare. A livello europeo, la Corte dei Conti ha sollecitato un rafforzamento degli investimenti nel settore ferroviario e fluviale, evidenziando la necessità di colmare il divario infrastrutturale rispetto alla gomma.


Il trasporto merci rappresenta una componente cruciale del Green Deal europeo, che punta a ridurre del 90% le emissioni di CO₂ dei trasporti entro il 2050. Per raggiungere questo obiettivo, sarà fondamentale ridurre la dipendenza dal trasporto stradale a favore di modalità più sostenibili, garantendo però tempi competitivi, affidabilità e una copertura adeguata del territorio. La sfida nei prossimi anni sarà quella di conciliare crescita economica, competitività logistica e sostenibilità ambientale, attraverso una governance efficace e un’allocazione mirata delle risorse europee.

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