Transizione energetica e competitività industriale
- Giuseppe Politi

- 1 ago
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La transizione energetica è una delle sfide strategiche più complesse per le economie avanzate, in particolare per l’Italia, Paese manifatturiero a elevata intensità energetica e con una storica dipendenza dalle importazioni. L’obiettivo europeo della neutralità climatica entro il 2050 impone un’accelerazione decisa verso fonti rinnovabili, efficienza energetica e decarbonizzazione industriale. Ma quali sono le implicazioni concrete per la competitività delle imprese italiane?
L’incremento dei costi energetici, esploso a seguito della crisi ucraina, ha messo in evidenza la vulnerabilità strutturale del nostro sistema produttivo. Molte PMI, prive di contratti a lungo termine o di impianti propri, si sono trovate esposte a oscillazioni insostenibili dei prezzi. L’industria energivora – siderurgia, chimica, ceramica, vetro – ha subito contraccolpi significativi, con riduzioni produttive e marginalità erose.
La transizione ecologica, se non accompagnata da un solido piano industriale, rischia di compromettere la competitività del made in Italy. L’abbandono dei combustibili fossili richiede tempi e investimenti cospicui: serve sostituire impianti, modificare processi produttivi, riconvertire competenze. In assenza di incentivi strutturati e regole certe, molte imprese rinvieranno o limiteranno gli interventi, mantenendo una dipendenza da tecnologie in via di obsolescenza.
Tuttavia, la transizione energetica rappresenta anche un’opportunità. Le imprese che sapranno innovare, adottare soluzioni green, digitalizzare i processi e rendersi energeticamente autonome acquisiranno vantaggi competitivi rilevanti, anche in termini di accesso al credito e ai mercati esteri. Le catene globali di fornitura stanno già introducendo criteri ESG stringenti, e la sostenibilità diventa un fattore strategico nelle gare internazionali.
Il ruolo delle politiche pubbliche è cruciale. Il PNRR destina risorse importanti alla transizione verde, ma servono interventi più mirati all’industria: semplificazione burocratica per l’autoproduzione energetica, supporto agli investimenti in efficienza, sviluppo dell’idrogeno e delle comunità energetiche. Occorre rafforzare i Contratti di Sviluppo e introdurre crediti d’imposta specifici per le tecnologie pulite.
Anche la regolazione del mercato elettrico va rivista: il meccanismo marginalista favorisce distorsioni nei prezzi finali, penalizzando chi investe in rinnovabili. La riforma del mercato e lo sviluppo di un capacity market più efficiente sono condizioni essenziali per garantire una transizione ordinata e sostenibile.
Infine, la competitività energetica non si misura solo sui costi, ma anche sulla stabilità dell’approvvigionamento e sulla capacità di innovazione. Le imprese devono integrare la variabile energia nei propri piani industriali, adottando un approccio proattivo e strategico. Le associazioni di categoria e i consulenti aziendali hanno il compito di accompagnarle in questo percorso, fornendo strumenti, analisi e modelli di riferimento.
Il futuro dell’industria italiana dipende dalla capacità di coniugare sostenibilità e produttività. La transizione energetica non è più rinviabile: va governata con pragmatismo, visione industriale e strumenti efficaci. Solo così sarà possibile trasformare una sfida epocale in un’occasione di rilancio competitivo e tecnologico.




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