Tra inflazione strutturale e crescita economica
- Giuseppe Politi

- 27 lug
- Tempo di lettura: 2 min
Nel dibattito macroeconomico contemporaneo, il legame tra inflazione strutturale e crescita del PIL si è imposto con forza, specie a seguito dei recenti shock pandemici e geopolitici. L’inflazione, che per anni ha latitato nei paesi industrializzati, è tornata a livelli preoccupanti, sollevando interrogativi sulla sua natura e sugli strumenti di contenimento. È davvero possibile perseguire una crescita sostenuta in presenza di un’inflazione strutturale? Oppure le due dinamiche sono destinate a collidere?
L’inflazione strutturale si distingue da quella ciclica per la sua persistenza e per le cause profonde, legate a rigidità di mercato, dinamiche salariali stagnanti, deficit energetici e transizione ecologica. In Europa, ad esempio, il passaggio da fonti fossili a energie rinnovabili ha comportato incrementi strutturali nei costi di produzione, trasferiti progressivamente al consumatore finale. Sul versante del lavoro, la pressione al rialzo sui salari – seppur eterogenea – sta alimentando un effetto spirale che rende più complesso il controllo dell’inflazione.
Nel contempo, le economie occidentali cercano di rilanciare la crescita puntando su investimenti pubblici, digitalizzazione e reshoring industriale. Tuttavia, queste dinamiche espansive possono contribuire a una maggiore pressione sulla domanda e, quindi, a rafforzare tendenze inflattive già latenti. Il dilemma è evidente: le politiche espansive sono essenziali per sostenere la crescita, ma rischiano di compromettere la stabilità dei prezzi.
Un ulteriore elemento è costituito dall’evoluzione della politica monetaria. La BCE e la FED, dopo anni di tassi prossimi allo zero, hanno imboccato con decisione la strada del rialzo. Il costo del denaro, sebbene necessario per raffreddare l’inflazione, penalizza investimenti e consumi, con effetti recessivi sul medio periodo. In questa cornice, le aspettative degli operatori finanziari giocano un ruolo decisivo: una fiducia stabile negli obiettivi delle banche centrali consente margini di manovra più ampi, anche in presenza di inflazione elevata.
La vera sfida, allora, consiste nel definire un nuovo equilibrio macroeconomico: un sentiero che consenta di convivere con un’inflazione moderatamente elevata, purché accompagnata da crescita reale e produttività. Alcuni economisti sostengono che un’inflazione al 3-4% possa essere tollerata, se correlata a un’espansione economica genuina e a miglioramenti nelle retribuzioni reali. Al contrario, inflazione senza crescita – la temuta stagflazione – rappresenta lo scenario da scongiurare.
Per il tessuto produttivo italiano, caratterizzato da PMI ad alta intensità energetica e da una struttura patrimoniale fragile, l’inflazione strutturale è una minaccia da gestire con pragmatismo. Le imprese devono rafforzare la propria resilienza investendo in efficienza, tecnologie verdi e gestione finanziaria. Lo Stato, dal canto suo, deve calibrare gli incentivi in modo da evitare sussidi generalizzati, favorendo invece innovazione e competitività.
In conclusione, la coesistenza tra inflazione strutturale e crescita economica non è impossibile, ma richiede una profonda revisione delle politiche economiche. Occorre uscire dalla logica dicotomica che contrappone stabilità dei prezzi e crescita, adottando un approccio più sofisticato, che tenga conto dei nuovi paradigmi ambientali, demografici e tecnologici. La sfida è complessa, ma il futuro dell’economia europea dipenderà dalla capacità di affrontarla con visione e coraggio.




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