Terapie di conversione, l’Europa accelera verso il divieto ma resta divisa
- piscitellidaniel
- 5 giorni fa
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Il dibattito sulle terapie di conversione torna al centro dell’agenda europea, con un’accelerazione verso un possibile divieto a livello dell’Unione, ma con divisioni ancora evidenti tra gli Stati membri. Le pratiche volte a modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona sono già vietate o limitate in diversi Paesi europei, mentre in altri ordinamenti il quadro normativo è ancora incompleto o privo di disposizioni specifiche. L’iniziativa in ambito comunitario mira a definire un orientamento più uniforme, nel solco delle politiche di tutela dei diritti fondamentali.
Le cosiddette terapie di conversione sono oggetto di ampie critiche da parte di organizzazioni scientifiche e associazioni per i diritti civili, che le considerano prive di basi cliniche e potenzialmente dannose sotto il profilo psicologico. In diversi Stati membri sono state introdotte leggi che vietano tali pratiche, in particolare nei confronti dei minori, prevedendo sanzioni per professionisti sanitari o figure religiose che vi ricorrano. Tuttavia, l’assenza di una disciplina armonizzata a livello europeo genera differenze significative nel livello di protezione offerto ai cittadini.
L’accelerazione verso un divieto europeo si inserisce in un contesto più ampio di iniziative a tutela delle persone Lgbtq+, con l’obiettivo di garantire standard comuni in materia di diritti e non discriminazione. Le istituzioni europee hanno più volte richiamato gli Stati membri al rispetto dei principi sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, ma la competenza in materia di sanità e ordinamento penale resta in larga parte nazionale. Questo elemento rende complesso il percorso verso un divieto uniforme.
Le divisioni tra Paesi emergono soprattutto sul piano politico e culturale. In alcune realtà, il tema è percepito come una questione di libertà religiosa o di autonomia familiare, mentre in altre prevale l’impostazione basata sulla tutela dell’integrità psicofisica e sulla prevenzione di trattamenti ritenuti lesivi della dignità personale. Il confronto si sviluppa anche all’interno del Parlamento europeo, dove coesistono sensibilità differenti sulla portata delle competenze comunitarie.
Un eventuale intervento a livello europeo potrebbe assumere la forma di una raccomandazione, di una direttiva o di un’iniziativa coordinata che lasci agli Stati margini di attuazione. L’obiettivo dichiarato è evitare che cittadini dell’Unione siano sottoposti a pratiche vietate in alcuni Paesi ma tollerate in altri, creando disparità di trattamento. La definizione di un quadro comune comporta tuttavia la necessità di conciliare principi di sussidiarietà e rispetto delle tradizioni giuridiche nazionali.
Il dibattito sulle terapie di conversione si intreccia con la più ampia discussione sui diritti civili e sulla protezione delle minoranze, tema che negli ultimi anni ha visto un crescente coinvolgimento delle istituzioni europee. Le differenze normative tra Stati membri riflettono approcci culturali e politici eterogenei, rendendo complesso il raggiungimento di un consenso unanime. La spinta verso il divieto rappresenta un tentativo di rafforzare la coerenza dell’Unione su questioni considerate centrali per la tutela della dignità e dell’autodeterminazione delle persone.
L’Europa si trova così di fronte a una scelta che tocca il delicato equilibrio tra competenze nazionali e valori comuni. L’accelerazione verso un divieto segnala una volontà politica di intervenire, ma le divisioni interne evidenziano le difficoltà di armonizzare sensibilità diverse in un ambito che coinvolge diritti fondamentali, etica e libertà individuali.

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