Tensioni nel blocco centrista europeo: bocciato il mandato sulla sostenibilità delle imprese
- piscitellidaniel
- 23 ott 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Il Parlamento europeo ha vissuto una delle giornate politicamente più turbolente della legislatura con la bocciatura del mandato negoziale sulla direttiva relativa alla due diligence di sostenibilità delle imprese, un testo atteso da mesi e ritenuto cruciale per l’attuazione del Green Deal europeo e per la definizione di standard vincolanti sulla responsabilità ambientale e sociale delle aziende. La mancata approvazione, determinata dalle divisioni interne al blocco centrista e dal voto contrario di una parte dei gruppi liberali e popolari, ha provocato un immediato scossone nei rapporti tra le principali forze politiche di Bruxelles, evidenziando la fragilità del compromesso che ha finora sorretto l’asse moderato del Parlamento.
Il provvedimento in discussione mirava a introdurre l’obbligo per le imprese di monitorare e prevenire gli impatti negativi delle proprie attività su diritti umani, ambiente e governance, lungo l’intera catena di approvvigionamento. Si trattava di un passo decisivo per dare attuazione pratica al principio della responsabilità aziendale estesa, imponendo alle grandi società europee di adottare processi di controllo più stringenti nei rapporti con fornitori, subappaltatori e partner commerciali. Tuttavia, la proposta ha incontrato una resistenza crescente da parte di chi teme un aggravio burocratico per le imprese e un indebolimento della competitività internazionale del mercato europeo.
La bocciatura del mandato non ha solo rallentato l’iter legislativo, ma ha anche messo in luce le profonde divergenze tra i gruppi che compongono la maggioranza centrista. Il Partito Popolare Europeo, pur avendo inizialmente sostenuto la necessità di un quadro regolatorio comune, si è spaccato al momento del voto. Una parte dei suoi membri, in particolare quelli provenienti da Paesi con forte vocazione industriale, ha scelto di opporsi al testo considerandolo eccessivamente vincolante per le imprese manifatturiere. Anche tra i liberali di Renew Europe sono emerse differenze significative: alcune delegazioni hanno espresso il timore che la direttiva possa penalizzare le piccole e medie imprese già gravate dagli obblighi derivanti dal pacchetto “Fit for 55” e dalle regole sulla rendicontazione ESG.
Il risultato ha lasciato isolati i socialisti e i verdi, che avevano sostenuto il mandato nella sua versione più ambiziosa, e ha evidenziato l’incapacità del Parlamento di mantenere una linea comune sulle politiche di sostenibilità. L’assenza di coesione nel blocco centrista riflette una tensione più profonda che attraversa le istituzioni europee: da un lato, la spinta verso la transizione ecologica e la definizione di standard sociali più elevati; dall’altro, la necessità di difendere la competitività delle imprese europee in un contesto globale dominato da concorrenza fiscale, deregolamentazione e politiche industriali aggressive da parte di Stati Uniti e Cina.
Le conseguenze politiche della bocciatura si sono fatte sentire immediatamente. Il testo dovrà ora tornare in commissione per una revisione, con la possibilità di essere riformulato in una versione meno rigida. La Commissione europea, pur ribadendo l’importanza della direttiva, ha espresso la necessità di trovare un compromesso realistico che consenta di mantenere gli obiettivi di sostenibilità senza compromettere la vitalità del tessuto produttivo europeo. Le prossime settimane saranno decisive per capire se sarà possibile ricomporre un fronte comune e riprendere il percorso legislativo prima della fine della legislatura.
Dietro la sconfitta parlamentare si celano anche interessi nazionali divergenti. I Paesi del Nord Europa, tradizionalmente favorevoli a regole più severe sulla responsabilità aziendale, spingono per un approccio vincolante e uniforme. Al contrario, le economie dell’Europa centrale e meridionale, più dipendenti da filiere manifatturiere globali e da fornitori extraeuropei, preferiscono un sistema flessibile e graduale. L’Italia, insieme a Germania, Polonia e Repubblica Ceca, ha espresso riserve sull’impatto economico della direttiva, sostenendo la necessità di un’armonizzazione che non penalizzi la produttività e la competitività internazionale.
Il nodo centrale del dibattito resta la definizione dei criteri di responsabilità per le imprese. Il testo respinto prevedeva che le società con più di 500 dipendenti e un fatturato superiore a 150 milioni di euro fossero obbligate a elaborare piani di due diligence ambientale e sociale, a identificare i rischi nelle proprie filiere e a predisporre misure correttive. Gli emendamenti proposti da parte del PPE e di Renew puntavano invece a innalzare le soglie dimensionali e a ridurre il perimetro delle obbligazioni, limitandole alle attività direttamente controllate. La mancata convergenza su questi punti chiave ha reso impossibile raggiungere la maggioranza necessaria per l’approvazione.
Le tensioni politiche all’interno del Parlamento europeo riflettono anche l’avvicinarsi delle elezioni del 2026, che spingono i partiti a marcare posizioni più nette in vista della campagna elettorale. Il voto sul mandato di sostenibilità è stato interpretato come un test della solidità dell’alleanza centrista, che negli ultimi anni ha garantito l’approvazione delle principali riforme comunitarie. La sua frattura mette ora in discussione la capacità dell’Unione di proseguire con coerenza sul percorso del Green Deal, in un momento in cui le politiche ambientali e industriali rappresentano il fulcro del dibattito europeo.
Dal punto di vista economico, il mancato via libera al mandato genera incertezza tra le imprese e gli investitori. Le grandi società che avevano già avviato programmi di conformità ESG si trovano ora in una fase di sospensione normativa, mentre le piccole imprese temono un ulteriore rallentamento delle decisioni europee. Gli analisti segnalano che il ritardo nell’adozione di regole comuni potrebbe compromettere la posizione dell’Europa nei negoziati internazionali sul commercio sostenibile e ridurre l’attrattività del mercato unico per gli investimenti green.
La giornata di Bruxelles conferma dunque che la sostenibilità, pur essendo un principio condiviso a livello politico e culturale, resta terreno di scontro sui tempi, le modalità e il grado di vincolatività delle misure. Il voto di ieri segna un momento di riflessione per il Parlamento europeo e impone ai gruppi politici una rinegoziazione degli equilibri interni, in vista di un compromesso che dovrà tenere insieme competitività economica e responsabilità ambientale.

Commenti