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Tassi elevati e stretta creditizia: la nuova sfida per famiglie e imprese

L’inasprimento delle condizioni monetarie da parte della Banca Centrale Europea continua a produrre effetti rilevanti sull’economia reale italiana, in particolare sul mercato del credito. L’aumento prolungato dei tassi d’interesse, giunto ormai al suo apice con un tasso di riferimento al 4,00%, sta ridisegnando radicalmente i rapporti tra banche, famiglie e imprese. Il credito bancario, pilastro portante della finanza d’impresa e del sostegno al consumo privato, si sta progressivamente rarefacendo, con una dinamica che rischia di compromettere la tenuta del tessuto produttivo nazionale.

I dati dell’ABI e della Banca d’Italia fotografano una realtà in contrazione: nel primo semestre 2025 i prestiti al settore privato non finanziario si sono ridotti del 4,3% su base annua, un calo che si estende trasversalmente sia alle famiglie che al comparto imprenditoriale. Una flessione di simile entità non si registrava dai tempi della crisi del debito sovrano.

Il canale del credito al consumo è il più colpito. Mutui, prestiti personali, finanziamenti per l’acquisto di beni durevoli: tutti mostrano un netto arretramento. Il tasso medio applicato alle nuove erogazioni per mutui ipotecari ha raggiunto il 4,75%, con picchi che superano il 5,2% per i finanziamenti a tasso fisso. La rata media mensile per un prestito ventennale su un immobile di 200.000 euro è aumentata di oltre il 35% rispetto al 2022. Questo ha portato molte famiglie a rinunciare o a rimandare l’acquisto della prima casa, con effetti depressivi anche sul mercato immobiliare.

Le imprese non versano in condizioni migliori. Il credito a breve termine, utilizzato per finanziare la gestione corrente, risulta sempre più oneroso. I tassi medi oscillano tra il 5% e il 6,5% per le PMI con profili di rischio intermedi, mentre le aziende ad alto rating riescono a ottenere condizioni lievemente più favorevoli, ma comunque penalizzanti rispetto al biennio 2020–2021. Il risultato è un forte rallentamento degli investimenti in macchinari, innovazione e logistica, proprio in un momento storico in cui la doppia transizione – digitale ed ecologica – richiederebbe risorse ingenti e pianificazione di lungo periodo.

Le banche, dal canto loro, adottano politiche creditizie più caute. L’orientamento alla selettività si è rafforzato in virtù delle linee guida della BCE in materia di vigilanza prudenziale. L’obiettivo è prevenire un aumento dei crediti deteriorati (NPL), che mostrano timidi segnali di ripresa, in particolare nei settori della ristorazione, dell’edilizia privata e del commercio al dettaglio.

Il credit crunch che ne deriva penalizza soprattutto le microimprese e le imprese familiari, che spesso non hanno accesso a strumenti di finanza alternativa. Le richieste di garanzie personali, fideiussioni, anticipo fatture e coperture collaterali si sono moltiplicate, irrigidendo l’accesso al credito per chi non può offrire garanzie concrete.

Le associazioni imprenditoriali – da Confcommercio a Confartigianato – chiedono un intervento straordinario del Governo per potenziare il Fondo Centrale di Garanzia, estendere i plafond agevolati e favorire un dialogo costruttivo tra sistema bancario e mondo produttivo. Anche le famiglie si rivolgono in misura crescente alle associazioni dei consumatori, che denunciano pratiche scorrette nell’applicazione dei tassi e nei meccanismi di rinegoziazione dei mutui.

Sul fronte dei rimedi, il Ministero dell’Economia ha confermato di voler potenziare l’offerta di strumenti di credito pubblico, attraverso Cassa Depositi e Prestiti e il sistema dei Confidi. Tuttavia, il nodo principale resta la politica monetaria europea. Finché Francoforte non inizierà un percorso graduale di discesa dei tassi, la pressione resterà alta e la domanda di credito continuerà a contrarsi.

Alcuni istituti, peraltro, stanno sperimentando modelli alternativi: credito peer-to-peer, piattaforme fintech, prestiti ESG-linked e mini-bond. Ma queste soluzioni, per quanto promettenti, non hanno ancora la scala necessaria per sostituire il canale bancario tradizionale.

Il rischio più concreto è che la combinazione tra inflazione ancora presente, credito debole e costi crescenti di finanziamento inneschi un circolo vizioso: meno investimenti, meno produttività, minore competitività e occupazione stagnante.

In assenza di un’inversione di rotta, l’economia italiana potrebbe trovarsi nei prossimi mesi a dover affrontare una vera e propria “siccità finanziaria” che rischia di estendersi anche al secondo semestre 2025. Un rischio che impone risposte tempestive, strutturate e coordinate tra attori pubblici e privati.

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