Startup deep-tech italiane: capitali, sfide e opportunità di crescita
- Giuseppe Politi

- 23 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Nel 2025, l’ecosistema delle startup italiane mostra segni di maturazione, ma è nel comparto deep-tech che si misurano i limiti e le potenzialità più evidenti. A differenza delle iniziative digitali tradizionali – basate su piattaforme, marketing e servizi scalabili – il deep-tech si fonda su innovazione radicale, proprietà intellettuale e impatti industriali. Intelligenza artificiale generativa applicata al design di materiali, robotica collaborativa, sensori biomedicali avanzati, dispositivi fotonici e quantum computing sono solo alcune delle aree in fermento. Eppure, a fronte di una vivace attività di ricerca universitaria e di diversi brevetti italiani di valore, la transizione dalla scoperta scientifica al mercato resta incompleta.
Investimenti e carenza di capitale paziente
Il cuore del problema è l’insufficienza di capitali pazienti. I round pre-seed e seed ricevono un discreto sostegno da acceleratori pubblici e fondi di trasferimento tecnologico, ma i finanziamenti di Serie A e B – fondamentali per scalare – restano rari e frammentati. Nel 2024 sono stati conclusi in Italia appena 12 round superiori ai 15 milioni di euro in ambito deep-tech, contro i 60 della Francia e oltre 100 della Germania. Gli investitori italiani mostrano ancora scarso appetito per iniziative a lungo ciclo di sviluppo, preferendo modelli SaaS o consumer che garantiscono ritorni più rapidi.
Inoltre, mancano figure intermedie capaci di valutare tecnologie complesse e strutturare operazioni di equity o convertible note ad alto contenuto tecnico. I fondi pubblici, spesso condizionati da vincoli territoriali o settoriali, non sempre riescono a far leva su capitali privati significativi.
Governance e scala industriale
Un secondo limite riguarda il modello di governance. Molte startup deep-tech nascono da spin-off universitari in cui i fondatori mantengono il controllo operativo e decisionale anche nelle fasi successive di sviluppo. Questo assetto rallenta l’ingresso di manager esperti e limita la crescita internazionale. In Francia e Israele, invece, i team fondatori cedono progressivamente la guida esecutiva a CEO con esperienza industriale, facilitando l’ingresso di fondi internazionali.
Anche la scala produttiva resta un ostacolo. I prototipi funzionano nei laboratori, ma la mancanza di impianti pilota e linee semi-industriali rende difficile testare i prodotti su larga scala. I pochi Technology Hub dotati di clean room, banchi di prova o camere anecoiche hanno costi elevati e lunghe liste d’attesa. Questo frena l’ingresso in mercati regolati – come quello biomedicale o aerospaziale – dove i test di robustezza e qualità sono determinanti.
Competenze tecniche e fuga dei cervelli
Sul piano delle competenze, il paradosso italiano è evidente: gli atenei formano ingegneri e fisici di altissimo livello, ma molti di essi trovano impiego all’estero, attratti da stipendi più alti e da ecosistemi più dinamici. Le startup italiane faticano a trattenere questi talenti, anche per l’assenza di stock option realmente attrattive e per le rigidità fiscali legate alla remunerazione variabile. La riforma della normativa sulle stock option introdotta nel 2024 è un passo avanti, ma resta da sciogliere il nodo della tassazione indiretta e della burocrazia collegata.
Tecnologia e filiera nazionale
Nonostante queste criticità, alcune filiere italiane iniziano a mostrare casi di successo. Nel campo dei materiali innovativi, startup che sviluppano biopolimeri per packaging o rivestimenti antibatterici sono già in fase di scale-up, sostenute da grandi gruppi del largo consumo. In ambito robotico, il polo piemontese aggrega diverse iniziative legate alla logistica automatizzata e all’agricoltura di precisione. Anche nei dispositivi indossabili medicali si registrano progressi, con imprese che integrano biosensori, machine learning e produzione miniaturizzata.
La chiave è la collaborazione con l’industria: quando le startup deep-tech riescono a stringere alleanze con imprese strutturate – tramite joint venture, licenze o linee di produzione in conto terzi – il percorso verso il mercato si accorcia e il rischio di mortalità si riduce.
Proposte operative e visione strategica
Per far decollare il deep-tech italiano, serve un salto qualitativo:
istituire fondi di co-investimento pubblico-privato vincolati a milestone tecnologiche e crescita occupazionale;
creare poli di trasferimento tecnologico gestiti da fondazioni miste università-imprese, sul modello Fraunhofer tedesco;
offrire incentivi fiscali alle aziende che acquistano tecnologia deep-tech da startup nazionali;
agevolare l’accesso agli appalti pubblici innovativi, con bandi riservati a tecnologie emergenti testate in progetti pilota.
Nel 2025, il deep-tech non è una nicchia futuristica, ma il cuore della competitività industriale. Chi saprà consolidare un ecosistema in grado di trasformare la scienza in impresa, la conoscenza in lavoro e l’innovazione in export, disegnerà il tessuto produttivo dei prossimi decenni.




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