Smartphone a scuola, tolleranza zero: la Svezia si unisce al fronte dei Paesi che bandiscono i device in aula in una mappa globale di nuove regole
- piscitellidaniel
- 17 set
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Negli ultimi mesi è cresciuta con vigore la tendenza di governi e sistemi scolastici a proibire l’uso degli smartphone nelle scuole, e la Svezia ha appena annunciato che da settembre 2026 introdurrà un divieto nazionale dei telefoni cellulari in tutti gli istituti scolastici e nei doposcuola per gli studenti di età compresa tra i 7 e i 16 anni. La regola prevede che i telefoni vengano raccolti all’ingresso della scuola e restituiti al termine della giornata, con l’obiettivo dichiarato di ridurre distrazioni, migliorare la concentrazione, promuovere un ambiente educativo più sano e gestire meglio la realtà digitale che, fino a oggi, ha spesso invaso le aule più di quanto ci si aspettava.
Questa scelta si inserisce in un quadro europeo e globale più ampio, dove più Paesi hanno già introdotto o stanno valutando politiche analoghe. L’Italia, ad esempio, ha previsto un divieto già esteso tra gli alunni di scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado. Anche la Francia dal 2018 ha vietato i telefoni cellulari nelle scuole materne, elementari e medie. I Paesi Bassi sono entrati in vigore con misure rigorose che includono non solo smartphone ma anche smartwatch e tablet in certe fasce d’età. In Ungheria, Grecia, Spagna, Finlandia e diverse regioni d’Europa le regole variano, ma il trend è chiaro: c’è una crescente consapevolezza che la tecnologia portata dagli studenti può diventare elemento di disturbo se non regolata.
Le motivazioni dietro questi provvedimenti mescolano elementi educativi, psicologici, sociali e sanitari. Le distrazioni in aula sono il motivo più visibile: insegnanti e studenti segnalano che la presenza dei telefoni interrompe la concentrazione, riduce la durata dell’attenzione, favorisce il multitasking che però penalizza l’apprendimento profondo. C’è poi l’impatto sull’ansia e sul benessere dei ragazzi: l’uso incessante dei social media, l’esposizione continua a notifiche, l’essere sempre reperibili stanno generando nel lungo periodo effetti sul sonno, sull’umore e sulla capacità di sviluppare relazioni sociali non mediate dallo schermo.
Un altro aspetto rilevante è il rendimento scolastico. Studi internazionali indicano che le scuole che hanno limiti più stringenti all’uso dei device negli orari di lezione registrano miglioramenti nei risultati degli studenti, soprattutto in matematica e lettura, dove la concentrazione è fondamentale. In molti casi l’effetto è modulato: docenti e dirigenti segnalano che, tolta la distrazione della tecnologia personale, gli studenti partecipano più attivamente, ascoltano di più, studiano con maggiore continuità e anche le relazioni in classe migliorano quando non c’è l'interruzione costante di notifiche o messaggi.
La Svezia, con la misura che si prepara a introdurre, non è solo uno dei paesi che adotta il divieto assoluto, ma lo fa con un approccio strutturato: finanziamenti statali per adeguare le scuole, per garantire che essa sia applicata in modo uniforme e che non diventi fonte di conflitti o disparità territoriali. Le autorità scolastiche svedesi sostengono che la misura non sia una punizione, ma una responsabilità educativa: dare agli studenti ambienti più sereni, rispettosi del processo di apprendimento, dove la tecnologia è uno strumento e non il protagonista.
Ci sono però molte sfide da affrontare. Prima fra tutte, come far rispettare il divieto senza entrare in conflitti continui tra studenti e insegnanti. Raccogliere i telefoni all’ingresso richiede logistica, spazio, persone che controllino, responsabilità su custodia e possibile furti o smarrimenti. Serve anche formazione per i docenti su come gestire l’aula senza smartphone, su come usare la tecnologia quando serve ma in modo controllato.
Un’altra questione è l’equità: non tutti gli studenti hanno le stesse condizioni familiari o tecnologiche. In alcuni casi, gli smartphone sono usati come strumenti didattici, per tradurre, per aiutare nello studio, per progetti speciali; va previsto chi ha bisogni speciali. Inoltre, le famiglie dovranno condividere la visione e comprendere il motivo del divieto, affinché la misura non si trasformi in fonte di polemica o in rifiuto automatico.
Sul fronte europeo si vede già una mappa delle regole che cambia paese per paese, con divieti più rigidi dove il dibattito è stato acceso da dati sugli studenti o da pressioni sociali, e con misure più morbide dove si privilegia la sperimentazione o una maggiore autonomia scolastica. L’iniziativa italiana, la svedese, quelle nei Paesi Bassi o in Francia costituiscono esempi visibili che stanno spingendo verso una riflessione comune opportunità/regole/diritti digitali.
In Italia si è già deciso che nelle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado l’uso dei dispositivi mobili è vietato, salvo eccezioni per motivi di salute o di necessità educativa speciali; nelle superiori si discute se estendere il divieto oppure stabilire regole rigide per quando il cellulare può essere usato (solo per attività didattiche su richiesta dell’insegnante) o deve restare spento e custodito.
Le decisioni che si prendono oggi sono investimenti nel futuro: perché regolamentare l’uso degli smartphone non significa tornare all’analogico, ma costruire ambienti scolastici dove la tecnologia serve e non distrae, dove il rispetto reciproco, la concentrazione, la partecipazione attiva non siano subordinati al suono di una notifica. Le scuole del Nord Europa sembrano assumersi questa sfida con decisione, mentre molti altri paesi valutano attentamente la misura, misurando rischi, costi, benefici, e adeguamenti necessari.

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