Seul accusa Pyongyang: la Corea del Nord potrebbe detenere due tonnellate di uranio altamente arricchito
- piscitellidaniel
- 25 set
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L’annuncio, lanciato dalle autorità sudcoreane, scuote per la portata della stima: la Corea del Nord avrebbe accumulato fino a due tonnellate di uranio altamente arricchito, materiale che costituisce la soglia tecnica cruciale per la produzione di testate nucleari di elevato grado. Secondo il ministro dell’unificazione sudcoreano, il livello di arricchimento supererebbe il 90 per cento, configurando un quantitativo che va ben oltre lo stadio sperimentale e si avvicina alla dimensione strategica di un arsenale nucleare già maturo. Le fonti d’intelligence sudcoreane affermano che le centrifughe operative su quattro siti nordcoreani sono tuttora in funzione, confermando una propensione della leadership di Pyongyang a puntare sull’espansione nucleare.
Il dato è gravido di implicazioni: se confermato, costituirebbe un salto quantitativo e qualitativo nella corsa nucleare nordcoreana. Due tonnellate corrisponderebbero a migliaia di chili di materiale fissile a livello militare, con la capacità teorica di alimentare numerose testate nucleari, a patto che i processi di conversione e assemblaggio siano pienamente operativi. Non tutte queste fasi sono automatiche, ma la disponibilità stessa del materiale costituisce un fattore critico che riduce in modo significativo il tempo necessario per mettere a punto testate.
Il contesto geopolitico è fortemente teso. La Corea del Nord ha, a più riprese, mostrato immagini ufficiali del suo impianto per l’arricchimento dell’uranio, svelando per la prima volta strutture che fino ad allora erano mantenute nel massimo riserbo. Il leader Kim Jong-un ha visitato personalmente la base, esortando ad aumentare il numero e la capacità delle centrifughe e ordinando di “aumentare in modo esponenziale” lo sviluppo nucleare. La mossa assume un valore simbolico e propagandistico: mostrare agli occhi del mondo che Pyongyang non intende rinunciare al suo programma atomico, anche sotto pressione esterna.
La risposta da Seul è immediata e severa: il governo sudcoreano ribadisce che non accetterà mai la legittimità di un Nord armato e che qualsiasi test nucleare o sviluppo intenzionale di armi atomiche incontrerà una reazione fermissima. Si evoca la deterrenza congiunta con gli Stati Uniti, la mobilitazione diplomatica internazionale e l’imposizione di sanzioni più severe. L’equilibrio regionale si ridisegna sotto nuovi auspici.
Alla base di queste notizie c’è una lunga storia di sospetti, osservazioni e stime sul programma nucleare nordcoreano. La Corea del Nord ha storicamente utilizzato reattori a plutonio, come quello di Yongbyon, ma negli ultimi anni sembra orientarsi verso la produzione di uranio arricchito come metodo complementare, meno rilevabile e più scalabile. Gli impianti più recenti e sotterranei — come quelli segnalati a Kangson o in altre aree vicine a Pyongyang — sono oggetto di attenzioni da parte delle agenzie dell’intelligence, anche perché più difficili da monitorare tramite sorveglianza satellitare.
C’è da chiedersi come si sia giunti a una stima così alta: due tonnellate sono un quantitativo che presuppone anni di accumulo, sofisticazione tecnologica e continuità operativa. Non è una cifra che si raggiunge in poche settimane, ma implica un sistema che funziona, manutenzione costante, approvvigionamento di materiali e know-how tecnico. È probabile che il ministero dell’unificazione sudcoreano abbia tratto le sue conclusioni da dati raccolti nel tempo, cooperative di analisi con alleati stranieri e osservazioni indirette sui movimenti delle infrastrutture nucleari.
Un’altra questione cruciale riguarda la qualità del materiale. L’uranio “altamente arricchito” è definito come quello in cui l’isotopo ^235U è presente almeno al 20 %, ma per uso bellico il grado tipico è ben più elevato, spesso oltre l’85–90 %. Se le centrifughe di Pyongyang operano già sopra questa soglia nei materiali in accumulo, vuol dire che il regime è prossimo o già nella fase di produzione di “weapons grade”. La distinzione fra uranio arricchito in uso civile e in uso militare diventa sempre più labile in uno scenario come questo.
Il possesso di tale quantità apre scenari che superano la dimensione deterrente: Pyongyang potrebbe accelerare la miniaturizzazione delle testate nucleari, sviluppare una capacità di lancio più robusta e aumentare il rischio di provocazioni strategiche — test sismici, lanci missilistici con cariche nucleari o intimidazioni ambientali. Ogni passo in questa direzione non è solo simbolico, ma tecnico, richiedendo competenze avanzate nei sistemi di guida, nei materiali di rifinitura, nei sistemi di innesco e nelle protezioni radiologiche.
Per le potenze regionali e globali la sfida si complica. Il Giappone, la Corea del Sud e gli Stati Uniti sono i soggetti più direttamente esposti. Se la Corea del Nord intensifica la sua capacità nucleare, può alterare gli equilibri strategici nel Pacifico, costringere gli Stati Uniti a riconsiderare la presenza militare nella regione e sostenere nuovi programmi missilistici in stati vassalli o alleati. Inoltre, il rischio che Pyongyang venda tecnologia nucleare o materiale a terze parti (stati canaglia o gruppi non statali) diventa un tema che torna alla ribalta.
Infine, c’è una questione normativa e diplomatica: la Corea del Nord è fuori dall’accordo di non proliferazione nucleare (TNP) e soggetta a numerose sanzioni delle Nazioni Unite e misure unilaterali. Ogni scoperta di materiali fissili di questo tipo alimenta la pressione internazionale per nuovi round di sanzioni, ispezioni e negoziati multilaterali. Ma Pyongyang finora ha mostrato una resistenza tenace, rifiutando in più occasioni l’accesso degli ispettori e ritirandosi da accordi negoziali quando le condizioni le sembravano sfavorevoli.
In questo quadro, l’affermazione di Seul rappresenta un chiaro segnale politico e strategico: spingere l’attenzione internazionale sul rischio nordcoreano e guadagnare legittimità per eventuali misure contro Pyongyang. La credibilità della stima sarà messa a dura prova dal confronto con le controparti estere: Washington, Tokyo, Pechino, Mosca. Le prossime settimane potranno chiarire se questa stima verrà confermata da evidenze indipendenti, se seguiranno operazioni diplomatiche o se la situazione si trasformerà in nuova escalation nucleare nella penisola coreana.

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