Rutte lancia l’allarme sugli skies europei: “La Russia può colpire Roma con i droni” mentre Monaco chiude l’aeroporto per violazioni aeree
- piscitellidaniel
- 3 ott
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Nel corso di dichiarazioni che suscitano inquietudine nel panorama geopolitico continentale, il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha affermato che la Russia potrebbe puntare direttamente su città europee come Roma con attacchi via droni, mettendo in luce la vulnerabilità dei cieli dell’Alleanza. Questa affermazione interviene in un momento già teso, quando l’aeroporto di Monaco è stato chiuso nella notte per il rilevamento di oggetti volanti non autorizzati nello spazio aereo, creando un legame tra allarme strategico e fatto operativo che rischia di destabilizzare il concetto stesso di protezione aerea in Europa.
L’avviso di Rutte cala su un contesto di crescenti violazioni dello spazio aereo da parte di droni russi, che hanno sorvolato zone della Polonia e in altri casi generato allerta nelle nazioni vicine alla linea del fronte. Secondo il suo intervento, le incursioni non possono essere trattate come casi isolati: l’Europa oggi deve considerare che minacce non convenzionali, a basso profilo ma elevata capacità distruttiva, rappresentano un rischio reale per infrastrutture strategiche e aree civili. Sullo sfondo, la chiusura notturna dell’aeroporto di Monaco — motivata dall’avvistamento di droni sospetti — assume un valore emblematico: se un hub aeroportuale centrale in un paese stabile come la Germania viene messo in stato di sospensione per presenze aeree non autorizzate, il futuro può vedere scenari che vanno dall’interruzione dei voli alla messa in crisi dei sistemi di difesa subito oltre il confine.
L’allarme del segretario della NATO richiama la malleabilità del concetto di “guerra aerea”: le invasioni tradizionali, con caccia e missili, si intrecciano oggi con operazioni a basso profilo, asimmetriche, dove droni autonomi o pilotati possono agire come strumenti di pressione, sorveglianza e attacco. Il fatto che Rutte citi espressamente Roma come possibile bersaglio non è retorica, ma mette in risalto che i confini della protezione alleati si estendono ben oltre le trincee orientali: tutta l’Europa è potenzialmente in campo.
L’episodio di Monaco conferma che la minaccia non è solo teorica. La chiusura temporanea delle attività aeroportuali ha dato risalto all’effetto moltiplicatore del rischio: le interruzioni logistiche, i voli deviati e l’incertezza operativa generano impatti economici e reputazionali tangibili. I gestori degli scali, le compagnie aeree e le autorità di sicurezza si trovano a dover ricalibrare le proprie reazioni a eventi che fino a poco tempo fa sarebbero stati confinati alla sfera della contromisura militare. In molti casi, i droni capaci di volare a bassa quota sfuggono ai radar convenzionali e mettono in crisi la catena di difesa tradizionale di un aeroporto.
Nel panorama europeo, le dichiarazioni di Rutte intervengono in una fase di accelerazione sulla sicurezza dei cieli: l’operazione “Sentinella Est”, avviata dalla NATO per rafforzare il fianco orientale, comprende l’introduzione di strumenti anti-drone e il potenziamento della sorveglianza radar avanzata, con l’obiettivo di instaurare una difesa multilivello che tenga conto della minaccia non convenzionale. Rutte ha stigmatizzato la gravità delle violazioni dello spazio aereo da parte della Russia, affermando che “quando un alleato è colpito, lo siamo tutti” — una formula che sottolinea la natura collettiva della difesa nell’Alleanza e la necessità di un’azione coerente su scala europea.
La minaccia che Rutte sottolinea non è solo militare, ma anche psicologica e politica: insinuare che città come Roma siano potenzialmente bersagli introduce una pressione sull’opinione pubblica e sulle istituzioni nazionali affinché incrementino spese per la difesa e accettino misure straordinarie di sicurezza. Inoltre, questa prospettiva rafforza la narrativa russa secondo cui l’Europa è corresponsabile dell’escalation, giustificando eventuali contromisure come autodifesa.
Per l’Italia, l’allerta assume una valenza particolare. Il cielo nazionale dovrebbe beneficiare della protezione della NATO e dell’Unione europea, ma oggi deve fare i conti con minacce ibride che richiedono investimenti in capacità anti-drone, coordinamento dei sistemi radar regionali, interoperabilità con le reti alleate e procedure difensive aggiornate per proteggere infrastrutture sensibili — aeroporti in primis, ma anche centrali elettriche, nodi logistici, porti e centri urbani.
Le reazioni europee non tardano: alcuni paesi invitano ad accelerare l’adozione di difese aeree di nuova generazione, sistemi laser, reti di sorveglianza integrata e basi operative mobili contro i droni. Altri spingono per un coordinamento più stretto tra gli Stati in materia di intelligence, condivisione dei dati e allerta preventiva. L’ipotesi di una no-fly zone parziale o di zone di interdizione per droni in prossimità delle frontiere orientali è sul tavolo, anche se rimane controversa per le implicazioni di sovranità e le pressioni politiche connesse.
La congiuntura attuale impone una riflessione più profonda sul paradigma difensivo europeo: non basta più contare su basi fisse e jet intercettori, serve pensare a uno scudo multilivello che sappia prevenire intrusioni a bassa quota e reagire con rapidità a minacce “invisibili”. Le dichiarazioni di Rutte e l’episodio di Monaco indicano che il confine tra guerra e pace nei cieli europei è diventato più sottile e fluido, richiedendo risposte non solo orientate al deterrente, ma anche alla resilienza operativa, all’investimento tecnologico e all’unità strategica.

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