Processo per cyberbullismo sessista contro Brigitte Macron: dieci imputati davanti al tribunale di Parigi
- piscitellidaniel
- 27 ott
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Davanti al tribunale di Parigi si è aperto il processo contro dieci persone accusate di cyberbullismo sessista nei confronti di Brigitte Macron, moglie del presidente della Repubblica francese. Gli imputati, otto uomini e due donne, sono chiamati a rispondere di diffamazione aggravata e di molestie digitali per aver diffuso contenuti offensivi e discriminatori che hanno colpito la dignità e la reputazione della première dame. Le accuse riguardano la pubblicazione, attraverso i social network, di messaggi, video e post che contenevano insinuazioni sull’identità di genere e sulla vita privata della moglie del capo dello Stato, accompagnati da elementi sessisti e derisori.
Secondo la procura, gli imputati avrebbero contribuito a diffondere teorie complottiste nate nel 2021 e riprese negli anni successivi, secondo cui Brigitte Macron non sarebbe una donna ma un uomo che avrebbe assunto la sua identità dopo un cambio di sesso. Queste affermazioni, definite prive di qualunque riscontro, sono state rilanciate in centinaia di messaggi e video che hanno raggiunto milioni di visualizzazioni. Per l’accusa si tratta di una campagna coordinata di disinformazione e violenza verbale che ha superato i limiti della libertà di opinione, assumendo la forma di una persecuzione di genere.
Gli imputati provengono da contesti diversi: tra loro vi sono un insegnante, un consulente informatico, un artista e alcuni personaggi legati all’ambiente dei complottisti. Tutti sono accusati di aver partecipato alla diffusione di contenuti a carattere sessista e lesivo della dignità personale. Le indagini, condotte dalla polizia giudiziaria di Parigi, hanno documentato un flusso costante di messaggi, fotomontaggi e commenti che avevano come obiettivo screditare la figura della moglie del presidente. Gli investigatori hanno individuato gruppi social e canali di comunicazione che agivano come amplificatori di contenuti diffamatori, sfruttando la viralità e la ripetizione per aumentare l’impatto dell’offesa.
Il reato contestato è quello di cyberharcèlement à caractère sexiste, previsto dal codice penale francese e punito con pene fino a due anni di reclusione e 45.000 euro di multa. L’accusa sostiene che l’azione degli imputati rientri pienamente in questa fattispecie, poiché il contenuto e il linguaggio utilizzato miravano a umiliare Brigitte Macron in quanto donna, oltre che come figura pubblica. La natura sessista delle offese, unite alla componente digitale e alla diffusione di massa, rappresenta l’aspetto più grave del caso, che la procura ha deciso di trattare come esempio emblematico di violenza online.
Durante l’udienza, i difensori degli imputati hanno tentato di ridimensionare la portata delle accuse, sostenendo che i loro assistiti non sarebbero autori originari delle teorie diffamatorie ma semplici utenti che avrebbero condiviso contenuti già pubblici. Alcuni hanno invocato la libertà d’espressione e il diritto di satira politica, mentre altri hanno dichiarato di non essere consapevoli del carattere lesivo dei messaggi. Tuttavia, per il giudice istruttore, la moltiplicazione degli atti e la continuità della campagna offensiva costituiscono elementi di responsabilità individuale, a prescindere dal numero di condivisioni o dall’intenzione soggettiva.
Il caso ha avuto grande risonanza in Francia perché tocca un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: la violenza digitale a sfondo sessista e la tutela delle figure femminili nella sfera politica e istituzionale. Le autorità francesi considerano il processo un banco di prova per l’applicazione delle norme introdotte negli ultimi anni contro il cyberbullismo e la misoginia online. Gli esperti di diritto digitale sottolineano che la normativa francese prevede aggravanti specifiche per le offese basate sul genere e che il tribunale dovrà stabilire se la diffusione di fake news sull’identità sessuale di una persona possa configurare un’aggressione sistematica e collettiva.
La strategia accusatoria si basa anche sull’impatto psicologico e sociale delle offese subite. Brigitte Macron, pur non partecipando direttamente all’udienza, ha fatto sapere tramite i suoi legali che l’obiettivo non è ottenere un risarcimento economico ma affermare un principio: la violenza digitale, quando colpisce una persona sulla base del suo sesso o della sua identità, deve essere riconosciuta e punita come una forma di discriminazione reale. Le parole, ha ricordato la parte civile, possono diventare strumenti di esclusione e di distruzione della reputazione, e il web non può costituire un rifugio per chi le utilizza contro le donne.
L’inchiesta ha rivelato inoltre come queste campagne online siano spesso organizzate attraverso reti di utenti che si sostengono a vicenda, condividono materiali e coordinano la pubblicazione di contenuti in modo da mantenere costante la visibilità delle offese. Le piattaforme social sono state chiamate in causa per la loro lentezza nel rimuovere i post e per la scarsa efficacia dei meccanismi di segnalazione. Alcuni degli imputati avevano aperto più profili per eludere le sospensioni temporanee, continuando a diffondere i messaggi anche dopo la rimozione.
Il processo si colloca in un quadro normativo che la Francia sta cercando di rafforzare. Negli ultimi anni il governo ha introdotto nuove misure per contrastare il cyberbullismo, in particolare contro le donne in politica e nel mondo pubblico. Le associazioni per i diritti digitali chiedono che il caso Macron serva a rafforzare la cooperazione tra giustizia e piattaforme online, prevedendo risposte più rapide e sanzioni più severe per chi diffonde contenuti discriminatori. L’obiettivo è garantire che la rete non diventi un terreno di impunità e che la violenza digitale riceva la stessa attenzione riservata a quella fisica.
La vicenda ha infine riportato l’attenzione sulla questione della responsabilità individuale nella comunicazione digitale. Il carattere collettivo delle offese non esclude la colpa personale: ogni condivisione, ogni commento offensivo o insinuazione contribuisce ad amplificare il danno. La magistratura francese, con questo processo, intende stabilire un precedente per riconoscere la gravità del cyberbullismo sessista e l’obbligo di rispetto della dignità delle persone anche nel contesto virtuale.

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