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Private equity in Italia: tra rilancio industriale e attrazione di capitali esteri

Il mercato del private equity in Italia sta vivendo una fase di rinnovato dinamismo, trainato dalla crescente liquidità internazionale, dalla ricerca di rendimenti alternativi e dalla necessità di consolidamento di un tessuto imprenditoriale ancora troppo frammentato. Fondi di investimento, family office e investitori istituzionali guardano al nostro Paese non più soltanto come a una piazza da “salvare”, ma come a un ecosistema capace di generare valore, soprattutto nelle medie imprese a vocazione industriale.

L’Italia è tradizionalmente un mercato di PMI, molte delle quali familiari, sottocapitalizzate e poco aperte al mercato dei capitali. Il private equity rappresenta oggi uno strumento strategico per supportare queste imprese nei processi di crescita, innovazione e internazionalizzazione. Non si tratta solo di apporto finanziario, ma di governance, managerializzazione e accesso a reti globali.

I fondi attivi in Italia si concentrano in particolare sul growth capital (sviluppo), sul buy-out (acquisizione di maggioranza) e in misura crescente sul replacement capital (ricambio generazionale). L’interesse si è esteso anche a settori non tradizionali: servizi digitali, healthcare, transizione energetica, tecnologie industriali e, in parte, agritech. Il “Made in Italy” resta comunque un forte attrattore per capitali esteri, soprattutto nei comparti moda, food e meccanica.

I dati confermano la tendenza: nel 2024 il valore complessivo delle operazioni di private equity in Italia ha superato i 13 miliardi di euro, con una crescita del 20% rispetto all’anno precedente. Le operazioni cross-border, dove soggetti esteri acquisiscono partecipazioni in imprese italiane, rappresentano una quota sempre più rilevante del totale. È un segnale di fiducia, ma anche di vulnerabilità rispetto al controllo nazionale degli asset strategici.

Un tema centrale riguarda la cultura finanziaria degli imprenditori italiani. Spesso diffidenti verso l’ingresso di investitori esterni, i founder temono la perdita del controllo o lo snaturamento dell’identità aziendale. Tuttavia, i casi di successo dimostrano che una partnership ben strutturata con fondi professionali può generare valore condiviso, migliorare la governance e preparare l’impresa a sfide più complesse.

Anche il ruolo delle banche sta cambiando. Sempre più spesso esse agiscono come advisor nei processi di M&A o come sottoscrittori di fondi chiusi, affiancando il sistema produttivo in logiche meno tradizionali. Il PNRR e i fondi sovrani italiani, come CDP Venture Capital e Fondo Italiano d’Investimento, hanno incentivato la nascita di veicoli tematici focalizzati su transizione digitale, sostenibilità e filiere strategiche.

Resta il nodo fiscale. In Italia l’ecosistema del private equity risente ancora di una certa instabilità normativa, con incertezze sulla tassazione delle plusvalenze, sul regime dei carried interest e sull’inquadramento dei fondi. Per attrarre più capitali – nazionali e internazionali – è necessario offrire regole stabili, chiare e competitive.

In definitiva, il private equity può essere uno degli strumenti più efficaci per rilanciare l’apparato industriale italiano, rendendolo più resiliente e competitivo. Ma perché ciò avvenga, è essenziale una maggiore integrazione tra capitale paziente, competenze manageriali e visione strategica d’impresa. Solo così il private equity potrà essere alleato della crescita e non semplice strumento speculativo.

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