Pensioni, dal 2027 stretta di tre mesi: il rischio esodati torna al centro del dibattito
- piscitellidaniel
- 10 apr
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Dal 1° gennaio 2027 scatterà un nuovo aggiornamento dei requisiti pensionistici in Italia, legato all’aumento dell’aspettativa di vita. Dopo il congelamento disposto negli ultimi anni a causa della pandemia, il sistema tornerà ad adeguarsi ai dati Istat: l’età pensionabile salirà quindi da 67 a 67 anni e 3 mesi. Anche per la pensione anticipata si alzerà l’asticella contributiva: per gli uomini serviranno 43 anni e 3 mesi di versamenti, per le donne 41 anni e 3 mesi.
Il calcolo tiene conto della crescita della speranza di vita registrata tra il 2021 e il 2024, pari a sette mesi. Tuttavia, considerando che negli anni più duri della pandemia la vita media si era ridotta di circa quattro mesi, l’adeguamento effettivo si limita a tre mesi. Questo aggiornamento automatico, previsto dalla legge Fornero del 2011, torna così a incidere sul calendario pensionistico dopo anni di blocco.
La notizia ha immediatamente sollevato preoccupazioni, soprattutto da parte dei sindacati. La CGIL ha parlato apertamente del rischio di una “nuova generazione di esodati”: lavoratori che potrebbero trovarsi, ancora una volta, sospesi tra fine del lavoro e accesso alla pensione, senza ammortizzatori o strumenti di accompagnamento. Si tratta in particolare di quei profili che, avendo già definito la propria uscita in base ai requisiti vigenti, rischiano ora di trovarsi scoperti a causa della posticipazione del diritto.
Il governo ha assicurato che interverrà per evitare gli effetti negativi dell’adeguamento. Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha dichiarato che “nessuno vedrà aumentare i requisiti”, affermando che l’esecutivo è già al lavoro per neutralizzare l’effetto dei tre mesi in più. Le modalità, tuttavia, non sono state ancora chiarite: si discute di un possibile blocco per chi ha già maturato una certa anzianità o di una clausola di salvaguardia generalizzata. L’ipotesi più accreditata è che un nuovo intervento legislativo possa sterilizzare l’incremento, come già accaduto in passato.
Nel frattempo, l’INPS ha aggiornato i propri simulatori con i nuovi parametri, generando ulteriore confusione. Dopo le proteste dei sindacati, l’istituto ha momentaneamente sospeso l’accesso al simulatore online e annunciato ulteriori verifiche. La CGIL, però, ha interpretato il passo indietro come un’ammissione implicita della volontà di procedere all’adeguamento, chiedendo con forza l’intervento immediato del governo.
L’aspetto critico della vicenda è che, se non venisse varata in tempo una norma per sterilizzare l’adeguamento, migliaia di lavoratori potrebbero vedersi sfumare la possibilità di uscire con i requisiti attuali. Soprattutto nel pubblico impiego e in categorie vicine alla soglia del pensionamento, si rischia una nuova frattura sociale, già vissuta duramente con il fenomeno degli esodati del 2012. L’incertezza sulle regole future sta inoltre frenando scelte di prepensionamento e mobilità volontaria, con effetti a cascata su turn over e programmazione delle risorse.
Anche l’ipotesi di una riforma organica del sistema resta sul tavolo, ma la discussione è ancora in fase embrionale. Il governo ha più volte annunciato la volontà di superare gradualmente la legge Fornero e di introdurre nuove forme di flessibilità in uscita, ma le coperture necessarie – stimate in diversi miliardi – ne hanno finora rallentato l’avvio. In assenza di una revisione strutturale, gli automatismi legati all’aspettativa di vita continueranno a produrre effetti significativi ogni due anni, accentuando le disuguaglianze tra i lavoratori e alimentando il malcontento.

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