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Paramonov, “Non ci possiamo fidare dell’Italia”: l’ambasciatore russo alza il tiro, Roma nel mirino per il suo sostegno a Kiev

L’ambasciatore russo in Italia, Alexey Paramonov, ha lanciato un attacco diplomatico serrato nei confronti di Roma, sostenendo che l’Italia, pur dichiarando prudenza, partecipa attivamente con sostegno militare all’Ucraina e che tale partecipazione rischia di portare il Paese in una situazione di disastro, economico e politico. Le sue dichiarazioni – raccolte in un’intervista pubblicata da un media straniero – mettono in evidenza una visione russa delle azioni italiane non solo come scelte politiche, ma come elementi di una contesa più ampia, fatta di credibilità internazionale, sicurezza nazionale e rischi associati all’allineamento con gli Stati Uniti e la coalizione occidentale.


Secondo Paramonov, Roma tenta di presentarsi “moderata” nel conflitto, attenuando la propria partecipazione militare sotto il profilo ufficiale, pur pagando con azioni concrete: aiuti a Kiev, finanziamenti e approvazioni di misure militari che, agli occhi russi, sono sostanziali. Il diplomatico sostiene che queste azioni – combine di atti pratici e dichiarazioni politiche – non coincidono con la narrazione pubblica, che parla spesso di astensione da coinvolgimento diretto. Per lui, la differenza tra posizione formale e posizione effettiva è significativa, e offre a Mosca motivo di sfiducia verso l’Italia.


Paramonov non si limita a contestare le azioni italiane, ma mette in guardia sui rischi per il Paese: un’escalation involontaria, pressioni esterne, possibile usura del consenso interno. Secondo la sua lettura, l’Italia potrebbe trovarsi “in bilico” tra le proprie alleanze internazionali e l’esigenza di tutelare la propria autonomia, diplomatica ed economica. Il pericolo di “disastro” evocato dall’ambasciatore è inteso come combinato di costi militari, pressioni diplomatiche, potenziali ritorsioni diplomatiche o economiche da parte russa, e divaricazioni interne che potrebbero indebolire il governo e la coesione nazionale.


Sul fronte italiano, le fonti istituzionali continuano a ribadire che Roma ha scelto di sostenere l’Ucraina soprattutto attraverso invii di armamenti e aiuti umanitari, ma che non ha intenzione di inviare truppe direttamente nel territorio ucraino né di impegnarsi in operazioni offensive. Si sottolinea come l’Italia operi nel quadro delle alleanze internazionali, in particolare con la NATO, con l’Unione Europea e con gli Stati Uniti, condividendo le valutazioni strategiche ma rispettando il discrimine tra aiuti e partecipazione armata diretta.


L’ambiguità denunciata da Paramonov – quella percepita tra dichiarazioni pubbliche di cautela e scelte concrete di sostegno militare – solleva questioni non solo di politica estera, ma di politica interna: qual è il livello di consenso pubblico su una partecipazione così attiva al conflitto ucraino? Quanto pesa la preoccupazione per costi economici, energetici, per le relazioni commerciali con la Russia? E quanto la diplomazia italiana riesce a mantenere un equilibrio tra solidarietà con Kiev e negoziazioni, mediazioni internazionali, richieste alla Russia di cessate il fuoco?


Analisti ed esperti di politica internazionale segnalano che le dichiarazioni dell’ambasciatore russo sono in parte tattica: tese a mettere in difficoltà il governo italiano con l’opinione pubblica, a creare spaccature interne, a far leva sui costi potenziali dell’impegno militare attraverso canali indiretti (rarefazione delle materie prime, interruzioni nelle relazioni commerciali, possibili misure di ritorsione). Ma contengono anche elementi che non possono essere ignorati: la crescente dipendenza italiana da infrastrutture energetiche, la pressione dei partiti favorevoli a posizioni più dure con la Russia, la tensione sui confini della libertà dell’azione politica in presenza del quadro internazionale in evoluzione.


Le implicazioni si estendono all’equilibrio tra sicurezza e sovranità: fin dove l’Italia può spingersi nel sostegno militare, tra mezzi, diplomatico, logistico, contributi economici, e dove deve tracciare il confine per non diventare esplosiva pedina di un confronto più ampio con la Russia. Il nodo del consenso politico diventa centrale: se le élite internazionali e gli alleati guardano con favore al sostegno a Kiev, l’opinione pubblica italiana è più sfumata, sensibile ai costi, alle spese militari, al possibile impatto sulle politiche interne, inclusi prezzi dell’energia, inflazione, rapporti con i paesi esteri.


Paramonov cita anche fattori simbolici: accusa l’Italia di aderire a scenari occidentali con “russofobia” e “ucrofilia”, parole cariche di intento polemico, per sottolineare come Mosca ritenga che la posizione italiana superi la mera solidarietà e scivoli in un allineamento ideologico percepito come ostile.


Il discorso si inserisce in un contesto internazionale in cui le alleanze militari ed economiche sono sotto pressione, la concorrenza geopolitica cresce, e ogni impegno esterno, anche se indiretto, può avere ritorni e costi che vanno tradotti in scelte di politica pubblica. Per l’Italia ciò significa che le decisioni non sono solo di diplomazia, ma hanno ricadute reali su bilancio, sicurezza, reputazione internazionale.

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