Padre Zanotelli a Gaza: “Un duplice suicidio — Israele e l’Occidente”
- piscitellidaniel
- 26 set
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Padre Alex Zanotelli, missionario noto per il suo impegno nelle zone di conflitto e per le denunce forti contro le ingiustizie, ha pronunciato parole gravide di denuncia durante la sua recente visita a Gaza. In un’intervista densa di immagini, stime e riferimenti concreti, ha definito la condizione della Striscia un “duplice suicidio”, attribuendone la paternità non solo allo Stato israeliano, ma all’Occidente intero, giudicato co-responsabile per la complicità con la guerra, il silenzio diplomatico e i meccanismi economici globali che permettono l’assedio.
Zanotelli, noto per aver vissuto a lungo in Africa e per aver assistito da vicino gli effetti di guerre, carestie e sfruttamenti, ha posto Gaza dentro una cornice universale: “qui il diritto alla vita è negato”, ha detto, “ma non è solo un dramma locale: è specchio della crisi morale dell’Occidente che si definisce democratico e solidale, e che invece consente guerre e soprusi lontano da casa”. Nel corso del suo viaggio ha visitato ospedali, case distrutte, quartieri densamente colpiti, ha incontrato famiglie in fuga e bambini sfollati. Le sue parole raccontano non solo il dolore, ma la rabbia: “Qui non muoiono solo i palestinesi, ma muore un’idea di umanità”.
Secondo il missionario, colui che osserva Gaza non può limitarsi a guardare distruzione e vittime: deve leggere le ragioni che l’hanno prodotta. Il “suicidio israeliano” è manifestazione di un uso smisurato della forza, di una retorica che nega la proporzionalità e che considera il civili come danno collaterale accettabile. Il “suicidio dell’Occidente” è invece più sottile: è il fatto che Stati democratici, economie potenti e opinione pubblica scegliamo di restare spettatori, finanziatori indiretti, voci flebili davanti alla sopraffazione. “Non è un conflitto distante”, ha detto, “è battaglia sulla credibilità delle nostre società”.
Zanotelli non risparmia critiche forti alle istituzioni internazionali, alle potenze occidentali e ai governi che mantengono relazioni privilegiate con Tel Aviv. Il suo ragionamento fa leva sull’ipocrisia che egli percepisce: “quando succede altrove gridiamo a crimini, qui invochiamo il diritto di difesa senza condizione”. Secondo lui, la distinzione tra vittima e carnefice è in parte imposta da narrative dominanti che negano la voce palestinese e occultano il blocco, le espulsioni, l’occupazione militare, la mancanza di passaggi liberi.
Nel corso dell’intervista, Zanotelli ha evocato le difficoltà umanitarie che aggravano il dramma: la mancanza di elettricità, di acqua, di medicinali, la distruzione delle infrastrutture sanitarie, la perdita di scuole e la frammentazione sociale. Ha ricordato che molti palestinesi muoiono non solo per bombe, ma per malattie curabili che non possono essere trattate per mancanza di risorse. Ha denunciato che l’aiuto internazionale arrivi con ritardi, vincoli e controlli severi, che ne riducono l’impatto reale.
In più occasioni Zanotelli ha richiamato il ruolo delle chiese, degli organizzatori civili, delle comunità cristiane e dei cittadini di tutto il mondo: non basta leggere, protestare su social media o partecipare a manifestazioni. Occorre mobilitarsi politicamente, chiedere che i governi interrompano il sostegno militare, che le istituzioni internazionali intervengano attivamente, e che la società civile metta pressione affinché i diritti fondamentali prevalgano sulla realpolitik.
Le sue dichiarazioni suscitano inevitabilmente reazioni politiche e diplomatiche. In Italia, alcune voci criticano l’eccessiva parteggiatura e l’uso retorico dell’“Occidente responsabile”, definendolo un salto nella polarizzazione che non aiuta a costruire dialogo. Altri applaudono il coraggio di un uomo che mette in luce questioni evitate dai media principali, insistendo sulla dimensione morale oltre che materiale del conflitto.
Dal punto di vista internazionale, le parole di Zanotelli si inseriscono in una corrente crescente di denuncia globale che chiede non solo la fine delle operazioni militari, ma una riflessione profonda sull’ordine internazionale e sulle responsabilità condivise. Il “suicidio morale” evocato da Zanotelli diventa proposta: non è sufficiente denunciare, bisogna cambiare le relazioni di potere che permettono questi drammi.
Attraverso la sua presenza in loco, le testimonianze dirette che porta con sé e la forma espressiva forte e simbolica, Zanotelli vuole scuotere le coscienze. Le sue parole – dure, indignate, appassionate – invitano ad un salto di responsabilità: chi ascolta non può rimanere neutrale, perché neutralità in contesti di infinita disuguaglianza è scelta implicita.
Così, la visita a Gaza di padre Zanotelli, le sue denunce e il richiamo forte al “duplice suicidio” diventano appello. Non solo per Israele, non solo per l’Occidente, ma per chiunque creda che la pace vera non si costruisca solo con accordi politici, ma con il rispetto della dignità umana, con il sostegno ai diritti negati, con il coraggio di intervenire anche quando sembra che intervenire sia impossibile.

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